Tagli all'università: "A Lettere pensiamo a stop matricole"

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Docenti e ricercatori della Sapienza protestano per le misure previste dalla manovra economica del governo e lanciano l'allarme per didattica e ricerca. "I giovani sono i più penalizzati e così gli atenei italiani si lasciano scappare i migliori"

di Serenella Mattera

Il 2010 potrebbe essere un anno senza matricole, nella facoltà di Lettere della Sapienza. Se i tagli all’università previsti dalla manovra finanziaria che sta per essere varata in Parlamento venissero confermati, si potrebbe anche arrivare a prendere la dolorosa decisione di bloccare l’accesso a nuovi studenti. “Ci stiamo pensando, ne abbiamo parlato con il preside, anche perché alcuni ricercatori hanno dichiarato che se non ci saranno cambiamenti significativi non accetteranno di svolgere attività didattica, di tenere le lezioni. Il che, sommato a pensionamenti e prepensionamenti, mette a serio rischio il prossimo anno accademico”, rivela Giorgio Piras, ricercatore di Filologia classica nell’ateneo romano. Ma è l’intero sistema universitario italiano a rischio, denunciano docenti di tutto il Paese. Che protestano da giorni con manifestazioni, sospensioni della didattica (a Cassino tutto fermo dal 15 giugno al 5 luglio) e anche esami in notturna (il 13 giugno a Lettere, alla Sapienza), “perché se continua così per le università si annunciano tempi bui”.

Quasi 8 mila persone hanno firmato la petizione on-line del Coordinamento giovani accademici (Cga). “Sottolineiamo – si legge - come la maggior parte delle misure allo studio vadano a colpire le fasce giovani e i ricercatori attivi, colpendo il cuore del sistema ricerca”. Cosa ciò voglia dire in concreto, lo spiega Chiara Petrioli, professore associato di Informatica alla Sapienza. “Lo stipendio di un ricercatore in partenza è bassissimo: 1.200 euro netti, meno di un operaio della Fiat. E perciò si conta molto sugli scatti contrattuali previsti dalla legge”. Ma la manovra finanziaria approntata dal ministro Tremonti si prepara a bloccare per due anni proprio quegli scatti, escludendo che possano essere recuperati in futuro. Il che, secondo i calcoli del Cga, vuol dire che un ricercatore di 35 anni confermato nel 2010 che rimanga ricercatore e vada in pensione a 65 anni, perderebbe durante la carriera 83 mila euro lordi, senza considerare l’adeguamento Istat. “La conseguenza? Il nostro sistema universitario sarà sempre meno attraente – dice Petrioli - Non riusciremo ad attrarre nuove leve e ci lasceremo sfuggire i migliori ricercatori”.

Come Flavio Chierichetti, giovane e brillante (assicurano i suoi docenti) informatico. Gli sono arrivate offerte dalle università americane di Cornell e Harvard, ma anche da Yahoo e Google research. E si prepara a partire. “Potendo sarei certamente rimasto in Italia – assicura - ma qui non ho prospettive”. “Cervello in fuga”, dunque. Come portava scritto su un cartello appeso al collo, durante una protesta indetta per il 6 giugno da docenti e ricercatori della Sapienza davanti a Montecitorio. Presente per cercare di sensibilizzare il Parlamento sul tema dei tagli alla ricerca, anche Giovanni Amelino Camelia, fisico di fama internazionale, inserito dalla rivista Discover Magazine fra sei potenziali “eredi” di Albert Einstein. Dieci anni fa Amelino Camelia è rientrato dall’estero, ma da allora ogni giorno combatte con la mancanza di risorse, con tagli che colpiscono la parte più giovane e produttiva “e lasciano intatti i privilegi del potere accademico”. Avere meno fondi, spiega, significa partire con un “handicap” nella competizione a livello internazionale: “I miei competitor possono assumere 7-8 giovani emergenti per le loro ricerche, quando io ne posso scegliere uno, se tutto va bene. Spesso si prendono i giovani che io ho formato e non posso far niente per trattenerli”.

“I fondi statali per i Prin (Progetti di rilevante interesse nazionale) valgono quanto vale un Gigi Buffon – riassume Alessandro Panconesi, professore di Informatica alla Sapienza – Per la ricerca informatica in tutto il Paese lo Stato spende un milione di euro l’anno, meno di quanto la Rai dà a Paolo Bonolis. Nel mio dipartimento un ricercatore polacco ha vinto dall’Erc (European research council) un finanziamento di un milione di euro. Lui da solo. Perché così funziona all’estero”.

I professori non negano che ci siano “fannulloni” e cose da cambiare, nell’università italiana. Ma sostengono che i tagli “indiscriminati” previsti dalla manovra andranno a colpire anche chi, nonostante tutto, riesce a distinguersi a livello internazionale. Perciò non sono state apprezzate le parole del rettore della Sapienza, Luigi Frati, che ha puntato il dito contro quel 10% di ricercatori che nel suo ateneo non ha prodotto nulla in 10 anni (“Vanno cacciati dall’università”). In questo momento avrebbe dovuto piuttosto, sottolineano in tanti, chiedere sostegno e risorse per chi si impegna. “La scienza è come l’arte e la musica: la facciamo perché è meravigliosa – dice Panconesi - Il problema è che come singoli possiamo anche tirare avanti la carretta, ma se si va avanti così il sistema Italia si blocca”.

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