Pisanu: "Trattative tra mafia e Stato? Qualcosa di simile"

Il presidente della Commissione Antimafia Beppe Pisanu
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La relazione del presidente della commissione antimafia sulle stragi del ‘92-‘93: “E' ragionevole ipotizzare che in quella stagione si sia verificata una convergenza di interessi tra cosa nostra, logge massoniche segrete e politica”

"Negli anni delle stragi di mafia culminate con gli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino ci fu qualcosa di molto simile ad una trattativa tra Stato e Cosa Nostra". Sono queste le considerazioni alle quali è giunto il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Giuseppe Pisanu, che ha illustrato la sua relazione su "I grandi delitti e le stragi di mafia del 1992-93".
Citando Falcone, Pisanu ha sostenuto che "non esistono 'terzi livelli' di alcun genere capaci di influenzare o addirittura determinare gli indirizzi di cosa nostra", e quindi "ipotizzare l'esistenza di centrali del crimine, burattinai e grandi vecchi che dall'alto dettano l'agenda o tirano le fila della mafia, significa - secondo Pisanu - peccare di rozzezza intellettuale".
Ma dalla storia di quegli anni e dalle esperienze di personaggi politici e giudiziari di prim'ordine, se emerge "l'estraneita' di governo alla trattativa" con la mafia, non si può escludere che "qualcosa del genere ci fu e Cosa Nostra la accompagnò con inaudite ostentazioni di forza".

Sulla strage di Via D'Amelio e sugli sviluppi successivi - ipotizza Pisanu - la "'trattativa' ebbe un impatto rilevante. Non è facile misurarne la portata a causa della segretezza delle indagini in corso. Secondo l'opinione prevalente il primo contatto fu stabilito nello spazio di tempo compreso tra la strage di Capaci e quella di Via D'Amelio e si protrasse fino al dicembre del '92, praticamente fino alla vigilia dell'arresto di Riina avvenuto il 16 gennaio successivo".
Di questi contatti (che nelle loro intenzioni costituivano un'ardita operazione investigativa) i due ufficiali informarono alcune autorità politico-istituzionali. Secondo l'ipotesi accusatoria "invece essi intavolavano un vero e proprio negoziato in virtù del quale Cosa Nostra poneva fine alle stragi e otteneva, in cambio, provvedimenti favorevoli all'organizzazione".
"E' ragionevole - ha poi detto Pisanu - ipotizzare che nella stagione dei grandi delitti e delle stragi si sia verificata una convergenza di interessi tra cosa nostra, altre organizzazioni criminali, logge massoniche segrete, pezzi deviati delle istituzioni, mondo degli affari e della politica. Questa attitudine a entrare in combinazioni diverse è nella storia della mafia e, soprattutto è nella natura stessa della borghesia mafiosa".

Pisanu ha ricostruito dettagliatamente i vari passaggi degli "omicidi eccellenti" e delle stragi a partire da quella mancata dell'Addaura, citando che ormai vi sono notizie "abbastanza chiare" su due trattative: quella tra Mori e Ciancimino " che forse fu la deviazione di un'audace attività investigativa" e quella tra Bellini-Gioè-Brusca-Riina, dalla quale nacque l'idea di aggredire il patrimonio artistico dello Stato”. Pisanu ha poi osservato che l'elemento probabilmente sottostante al confronto mafia-stato era quello di costringere all'abolizione del 41 bis e a "ridimensionare tutte le attività di prevenzione e repressione".

A riscontro Pisanu cita una "singolare corrispondenza di date che si verifica, a partire dal maggio del 93, tra le stragi sul territorio continentale e la scadenza di tre blocchi di 41 bis emessi nell'anno precedente". Alle spalle delle stragi del '92 e del '93 - afferma ancora Pisanu nella sua relazione- si mosse "un groviglio tra mafia, politica, grandi affari, gruppi eversivi e pezzi deviati dello stato".
"La spaventosa sequenza del '92 e del '93- dice Pisanu - ubbidì a una strategia di stampo mafioso e terroristico, ma produsse effetti divergenti". Da un lato ci fu il senso di "smarrimento politico-istituzionale che fece temere al presidente del consiglio di allora l'imminenza di un colpo di stato". Dall'altro determinò "un tale innalzamento delle misure repressive che indusse cosa nostra a rivedere le proprie scelte e prendere la strada dell'inabissamento". Ma Pisanu avverte: "Nello spazio di questa divergenza si aggroviglia quell'intreccio tra mafia, politica, grandi affari, gruppi eversivi e pezzi deviati dello stato che più volte abbiamo visto riemergere dalle viscere del paese".

Pisanu indica l'orizzonte del dibattito in commissione sulle stragi del '92-' 93: "Indagheremo le relazioni tra mafia e politica ma con un'avvertenza per me decisiva" perché "di fronte ad eventi terribili si giustappongono senza mai fondersi tre verità, quella giudiziaria, quella politica e quella storica, che si basano su metodi di ricerca e su fonti diverse con la conseguenza di dare luogo a risultati parziali e insoddisfacenti" cosa che e' "nella maggioranza dei casi inevitabile".
"La verità politica interessa tutti noi per cercare di spiegare ai nostri elettori quale pericolo ha corso la democrazia in quel biennio e come si è riuscito ad evitarlo".
"Cosa nostra - ha aggiunto Pisanu - ha forse rinunciato all'idea di confrontarsi da pari a pari con lo Stato, ma non ha certo rinunciato alla politica".

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