Obbligo di rettifica per i siti: la Rete prepara emendamenti

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Blogger e parlamentari si sono alleati nel contrasto alla norma del ddl intercettazioni che prevede sanzioni per la blogosfera italiana fino a 12.500 euro. Modifiche elaborate sul Web, stanno per essere presentate alla Camera

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di Serenella Mattera


“Chiuso per rettifica”. E’ la scritta che tra qualche mese potrebbero trovarsi ad esporre siti e blog italiani. Costretti a interrompere le pubblicazioni per l’impossibilità di tenere testa a una piccola norma inserita nella legge sulle intercettazioni. Saranno limitati nella loro libertà di raccontare e commentare, dall’obbligo di soddisfare entro 48 ore ogni richiesta di rettifica, allo stesso modo di tv e giornali. Per chi gestisce una pagina web da solo, per passione, anche un fine settimana a computer spento potrebbe allora rivelarsi fatale: dopo due giorni dalla richiesta di correzione, scatterebbe una sanzione fino a 12.500 euro. Perciò l’allarme è alto. E, in vista del varo definitivo della legge alla Camera, la blogosfera italiana prepara le contromosse.

Un anno fa oltre 800 blog e siti italiani aderirono all’iniziativa: “Alza la voce”. Una manifestazione e uno sciopero virtuale indetti per denunciare l’iniquità della nuova norma sulla rettifica in Rete, introdotta a Montecitorio nel ddl intercettazioni. Si nutrivano ancora speranze, allora, che la disposizione potesse essere stralciata o quantomeno modificata al Senato. Ma così non è stato. E ora che la legge sugli ascolti si avvia al varo definitivo, da Internet partono iniziative volte a tradursi direttamente in proposte di emendamento alla norma incriminata, il comma 29 dell’articolo 1.

“È la tomba della libertà di informazione in Rete”, sostiene dalle pagine del suo blog Antonio Di Pietro. “Una cosa è pretendere rettifiche e chiarimenti da siti professionali – spiega il senatore dell’Idv Luigi Li Gotti – un’altra richiederle a quelli amatoriali, il cui responsabile è chi ha registrato il sito ma spesso naviga su Internet saltuariamente”. “Si può rischiare una maximulta perché magari si è in vacanza o non si controlla la posta?”, domanda il Partito democratico, che ha indetto per venerdì 18 giugno una giornata di discussione sulla libertà del Web. E che, per iniziativa di Paolo Gentiloni, Matteo Orfini e Giuseppe Civati ha lanciato una mobilitazione on-line. Il Pd annuncia alla Camera un emendamento abrogativo dell’obbligo di rettifica e lancia una sfida ad aderire ai colleghi del Pdl e della Lega che sono iscritti all’intergruppo parlamentare 2.0: “Nei convegni si esprimono sempre per la libertà d’espressione in Rete. Ora devono dimostrare che le loro non sono solo parole, da abolire a un cenno di Berlusconi”.

Ma uno di questi colleghi, il deputato del Pdl Roberto Cassinelli, si è già mosso per proprio conto. E, raccogliendo l’invito a intervenire lanciato dalle pagine dei blog Il Nichilista e Byoblu, ha chiesto al Web un aiuto per elaborare un proprio emendamento. Il risultato è una proposta di modifica che lascia il limite di 48 ore alla rettifica sui siti di testate registrate, lo allunga a sette giorni per i siti non registrati e riduce la sanzione a un massimo di 2.500 euro per le pagine gestite senza fini di lucro.

Cassinelli si dice ottimista sulla possibilità di far passare una modifica del genere. Ma se così non fosse, se la norma alla fine venisse davvero varata, il giurista Guido Scorza, uno dei primi a lanciare l’allarme sul rischio “chiusura” della blogosfera italiana, ha già elaborato una soluzione per rispondere colpo su colpo a una legge “stupida”, frutto “dell’ignoranza con la quale il Palazzo continua ad affrontare le cose della Rete”. “Sarà sufficiente pubblicare – suggerisce Scorza - in calce a ogni post un link che inviti chiunque abbia interesse alla rettifica a comporre autonomamente un commento di un numero di caratteri corrispondente all’informazione da rettificare e pubblicarlo, sempre autonomamente, sul blog stesso, giusto di seguito, rispetto al post incriminato”. Fatta la legge, trovato l’inganno? No, risponde Scorza: si tratta soltanto di rendere automatico “un processo che già oggi, senza bisogno di alcuna legge, è alla portata di tutti”.

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