Palamara sulle intercettazioni: premier smentito dai numeri

1' di lettura

Il presidente dell'Anm contesta le cifre di Berlusconi sulle utenze telefoniche ascoltate, che per i magistrati sono meno di 120 mila ogni anno. Il presidente del Consiglio aveva parlato di 7,5 milioni. Le toghe protestano anche contro la manovra

DDL INTERCETTAZIONI: VAI ALLO SPECIALE
Intercettazioni, Fnsi: "9 luglio sciopero generale"
Intercettazioni: cosa prevede il ddl approvato al Senato
Intercettazioni, quante sono e quanto costano

“I numeri sulle intercettazioni smentiscono le affermazioni del presidente del Consiglio”. Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, ha replicato, cifre alla mano, a Silvio Berlusconi che ha detto che non c’è vera democrazia perché sette milioni e mezzo di persone possono essere ascoltate. “Il numero dei soggetti intercettati è sensibilmente inferiore”, ha evidenziato Palamara. In particolare, nel 2009 sono state 119.553 le utenze telefoniche intercettate, 11.119 gli ambienti sottoposti ad ascolto e in tutto i “bersagli” intercettati sono stati 132.384. Il tutto per un costo di 272.665.168 di euro.
Sono “spese che vengono anticipate dallo Stato e che poi vengono recuperate a carico dei condannati”, ha spiegato il vicepresidente dell’Anm, Gioacchino Natoli, evidenziando che “se chi lo deve fare non ottempera a questo dovere, non è certo colpa della magistratura”. Oltretutto Natoli ha fatto presente che i canoni che lo Stato paga alle compagnie telefoniche per questo servizio non esistono in altri paesi.

“Il ddl sulle intercettazioni non ha la copertura organizzativa; lo diciamo sin da ora a chiare lettere: se la magistratura e il personale amministrativo non riusciranno a provvedere alle proroghe entro le 72 ore non sarà per cattiva volontà ma per mancanza di strumenti e personale”, ha aggiunto Natoli, che chiama in causa le responsabilità del Guardasigilli: “Lo segnaliamo con grande anticipo perché il ministro della Giustizia si faccia carico dell’impatto organizzativo del provvedimento”.
Il nuovo rilievo che riguarda l’attuazione del ddl sulle intercettazioni è stato fatto nella conferenza stampa organizzata per presentare le proteste del mondo giudiziario contro la manovra economica del governo. E in quella stessa sede il presidente dell’Anm Luca Palamara ha definito una “vulgata” l’idea che tutti i cittadini italiani siano intercettati.

“Il ddl sulle intercettazioni mette in ginocchio l’attività investigativa e significa arrendersi alla criminalità”. Con il “depotenziamento” di questo strumento investigativo “non scopriremo gli autori dei reati”, ha sottolineato Luca Palamara, che nel corso di “Radio anch'io” ha assicurato che il sindacato delle toghe continuerà a far sentire la sua voce “coordinandosi con le forze di polizia” e ricorrendo anche a “forme di protesta”. “La privacy non c’entra nulla con il ddl”, ha continuato il presidente dell’Anm, spiegando che il problema della pubblicazione di intercettazioni non rilevanti ai fini delle indagini si sarebbe potuto risolvere prevedendo “un’udienza filtro in cui le parti discutono di quello che dev’essere trascritto”.

L’Anm si è occupata anche della manovra economica. Che non è solo caratterizzata da “iniquità e irragionevolezza”, secondo Palamara, ma “rischia di essere l’ulteriore colpo di grazia per il sistema giustizia sotto il profilo organizzativo e delle risorse”. L’Anm ha presentato la protesta che vedrà il 17 giugno i magistrati di tutti i settori sospendere per un’ora le udienze per lo svolgimento di assemblee organizzate insieme con il personale amministrativo e con l’avvocatura. Si tratta della prima delle iniziative del mondo giudiziario contro la manovra economica del governo, che vedranno dal 21 al 25 giugno prossimo le toghe attuare una sorta di sciopero bianco, non svolgendo più le attività di supplenza, e il primo luglio incrociare le braccia con una vera astensione dal lavoro.

Il 17 giugno quindi udienze sospese, dalle 12 alle 13, in tutti gli uffici giudiziari. Quel che più conta è che a protestare non saranno “solo i magistrati, ma tutti i componenti del mondo della giustizia: personale amministrativo e avvocatura”, ha spiegato Palamara nel corso della conferenza stampa congiunta con i rappresentati delle altre magistrature, dei sindacati che rappresentano il personale amministrativo e dell’Organismo unitario dell’avvocatura. Un’unità che dimostra che “la nostra non è una protesta di casta”, ha detto il leader delle toghe che presiede anche il Comitato intermagistrature. “La giustizia non può essere considerata un costo, ma è invece una risorsa”, ha aggiunto evidenziando anche i tagli della manovra che colpiscono il personale amministrativo e le risorse. “Il sistema si regge esclusivamente sul sacrificio del personale amministrativo e dei magistrati, ma ora diciamo basta”, ha aggiunto il vicepresidente Gioacchino Natoli.

A quantificare i tagli per la giustizia della manovra sono stati i rappresentanti dei sindacati del personale, secondo cui ammontano a 150 milioni di euro, che sommati agli interventi precedenti di questo governo corrisponderebbero a una sforbiciata di 900 milioni di euro, “il che vuole dire che stiamo per chiudere i battenti. Non si può tagliare la giustizia, che è il motore di un Paese”, ha sottolineato il segretario dell’Organismo unitario dell’avvocatura Giuseppe Lepore, che ha evidenziato perciò come la protesta sia comune “e non per difendere una categoria”. Anche all’interno della giustizia però le forbici non colpiscono tutti nella stessa misura, come ha evidenziato Linda Sandulli, presidente dell’Anma, l’associazione rappresentativa delle “toghe” dei Tribunali amministrativi regionali e di una decina di consiglieri di Stato: “C’è un’iniquità interna insopportabile, visto che sulle retribuzioni dei giovani magistrati la manovra inciderà per il 30 per cento”, mentre non saranno colpiti i “compensi difficilmente immaginabili” che percepiscono i “tanti colleghi che collaborano con i ministeri” e che a volte “sfiorano i 700 mila euro”. Di questi colleghi “chiediamo l’immediato richiamo in servizio – ha detto Gabriella De Michele, consigliere di Stato e componente del Direttivo dei magistrati amministrativi –. Sono loro i privilegiati, che percepiscono una doppia retribuzione, non i magistrati che vivono di stipendio”.

Leggi tutto