Operazioni verità vs referendum: è battaglia sull'acqua

L'acquedotto Claudio a Roma - via Flickr
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Mentre si raccolgono le firme per i quesiti che puntano alla pubblicizzazione dell'oro blu, il Pd lavora a una sua proposta di legge e il governo difende il decreto Ronchi. Ma resta l'allarme investimenti, per riparare la rete colabrodo

di Serenella Mattera

Due referendum. Una campagna per il no. Una consultazione tra i cittadini per una nuova proposta di legge. Una operazione verità. Sono le truppe in campo nella battaglia per l’oro blu che si sta conducendo nelle piazze reali e virtuali d’Italia alla vigilia dell’estate 2010. La raccolta firme per il referendum del Forum dei movimenti per l’acqua, che punta alla pubblicizzazione delle reti idriche, è vicina alle 900 mila sottoscrizioni. E in parallelo, è quasi a 500 mila la consultazione proposta dall’Italia dei valori, che chiede di abrogare le norme del decreto Ronchi che prevedono l’ingresso dei privati nella gestione. Ma il ministro che nel 2009 ha dato il nome alla legge, Andrea Ronchi, dalle pagine del sito Internet del suo ministero dà il via a una “operazione verità” per spiegare che non è vero quello che dicono i referendari: l’acqua non sarà data ai privati, perché “è e resta un bene pubblico”. Come d’altro canto sostiene un gruppo di amministratori locali del Partito democratico che si sta costituendo in “comitato per il no”, per opporsi ai referendum e impedire di "riportare la gestione del servizio idrico in mano ad enti e carrozzoni statali", perché "una sana concorrenza" è necessaria. Ma non è questa la linea maggioritaria nel Pd: mentre diversi esponenti si sono messi in fila ai banchetti per firmare, il segretario Bersani ha manifestato "simpatia" per chi si oppone "ad una assurda privatizzazione forzata dell’acqua" e sta consultando i cittadini per l’elaborazione di una nuova legge da presentare in Parlamento.

Insomma, una babele di prese di posizione, iniziative e campagne, tutte condotte in nome dell’oro blu. Profondamente divisi sulle soluzioni, gli attori in campo sono d’accordo che sia necessario intervenire su una rete idrica che da troppi anni viene a ragione accusata di essere un “colabrodo”. Qualche dato può forse aiutare. Il ministro Ronchi segnala che il nostro Paese perde ogni anno il 35-40% delle sue risorse per colpa dello stato disastroso dei suoi 337.452 km di reti, con un costo per i contribuenti di 2,5 miliardi. Per avere un’idea, basti considerare che per vedere uscire 100 litri d’acqua dai rubinetti (ogni italiano ne consuma in media 237 al giorno), in certe zone del Sud se ne devono emettere tra i 160 e i 170. E allora, come sottolinea l’economista Carlo Scarpa, de LaVoce.info, “se si vuole tutelare l’acqua come risorsa, ci si deve innanzitutto impegnare nel reperimento di decine di miliardi di euro, che sono necessari per mettere mano agli ingenti investimenti necessari”. Federutility, l’organizzazione che riunisce le 550 aziende che operano nell’acqua e nell’elettricità, nel suo “Blue Book 2009” ha stimato un fabbisogno di 66 miliardi di euro in 30 anni. E da più parti si sostiene che riparare la rete sia indispensabile anche a rallentare l’aumento delle tariffe, che restano in Italia tra le più basse d’Europa, ma nel 2009 sono cresciute dell’8%, segnala Confartigianato, contro il 3,3% registrato negli altri Paesi dell’area euro.

“Gran parte del disastro della rete idrica è colpa della gestione pubblica del passato”, sottolinea il ministro Ronchi. Il quale difende a spada tratta la bontà della sua legge che, spiega, vuole “rompere il monopolio del pubblico”, ma non, come invece l’accusano i referendari, “privatizzare l’acqua”. Scarpa dà ragione al ministro: il decreto Ronchi, che prevede dal 2011 l’affidamento con gara dei servizi idrici locali a privati o a società miste pubblico-privato, “non vende l’acqua pubblica, dal momento che la Rete resta in mano allo Stato ed è lo Stato a fissare le tariffe”. Però, aggiunge l’economista, “quella legge va completata, perché manca ancora un apparato regolatore”.

Il ministro promette che entro l’anno sarà istituita un’authority con carattere sanzionatorio, per sanare la mala gestione e riportare efficienza e trasparenza. Ma è vasto il fronte di chi boccia il decreto Ronchi senza appello e si sta battendo per eliminarlo. Da una parte il Pd, che affila le armi di una nuova proposta di legge, dall’altra i referendari, che a fine luglio consegneranno le firme in Cassazione perché si voti “per l’abrogazione della privatizzazione e il ritorno al pubblico” nella primavera 2011. Le consultazioni, comunque, saranno due: il Forum dei movimenti per l’acqua e l’Idv presenteranno ciascuno i propri quesiti. Perché? Perché il partito di Di Pietro si vuole“intestare, con una logica di pura propaganda, una battaglia che da molti anni i movimenti portano avanti”, sostengono dal Forum. “Non è vero: noi abbiamo depositato il nostro quesito a dicembre e proposto loro di sostenerlo, ma non hanno accettato”, replica Ivan Rota, responsabile organizzazione dell’Idv. Chi dei due l’avrà vinta? Se ne riparlerà, probabilmente, tra un anno.

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