Intercettazioni, via libera alle maxi multe per gli editori

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Via libera della Commissione Giustizia del Senato alla norma del ddl che prevede pene più severe per le testate. Sanzioni fino a 464 mila euro. Rinviato invece l'esame dell'emendamento che riguarda i cronisti. E sulle nuove norme monta la protesta in rete

La commissione Giustizia del Senato che sta esaminando il ddl sulle intercettazioni mercoledì 19 maggio ha confermato le pesanti sanzioni pecuniarie per gli editori dei media che pubblicano intercettazioni non divulgabili, mentre l'emendamento del relatore del Pdl che prevede pene più severe per i giornalisti è stato per il momento accantonato.

In precedenza il relatore Roberto Centaro e Luigi Li Gotti dell'Idvsi avevano dato la notizia del via libera all'emendamento sui cronisti. "In realtà l'emendamento è stato accantonato e sarà votato alla prossima seduta della commissione", ha detto il relatore del Pdl Maurizio Centaro. E ha spiegato: "L'accantonamento è stato dettato da una questione procedurale, perché si dovevano votare prima altri emendamenti", ha detto Luigi Li Gotti (Idv), rettificando quanto dichiarato prima.

Il provvedimento, che limita sia il ricorso alle intercettazioni come strumento d'indagine della magistratura, sia la possibilità dei media di raccontare le inchieste in corso, deve ancora terminare il suo iter in commissione Giustizia, prima di passare all'aula del Senato per l'approvazione finale.
La prossima seduta della commissione, originariamente prevista per mercoledì sera, è slittata a lunedì 24 maggio, come ha detto il suo presidente, Filippo Berselli.

L'emendamento che riguarda i giornalisti che pubblicano atti giudiziari su cui c'è il divieto di divulgazione, prevede come pena l'arresto fino a 2 mesi oppure l'ammenda da 2.000 a 10.000 euro. Se la pubblicazione riguarda il contenuto di intercettazioni non coperte dal segreto d'inchiesta, ma non più divulgabili, la pena è l'arresto fino a 2 mesi e l'ammenda da 4.000 a 20.000 euro. La condanna comporta anche la sospensione temporanea dall'esercizio della professione.

Il disegno di legge prevede però che la deterrenza si eserciti soprattutto sugli editori, che rischiano di pagare per il fatto del loro giornalista fino a 464.000 euro di sanzione pecuniaria. Questa norma è passata oggi in commissione.

Il pacchetto di sanzioni si applicherà alla pubblicazione del contenuto di tutti gli atti di indagine, anche se non coperti da segreto, fino al termine dell'inchiesta. Unica eccezione, i media potranno raccontare il contenuto delle richieste e delle ordinanze di custodia cautelare. Rispetto alla legislazione vigente, poi, il ddl inasprisce le pene per chi all'interno degli uffici giudiziari rivela il contenuto degli atti coperti dal segreto istruttorio: qui scatta la reclusione fino a sei anni e anche il giornalista che li pubblica rischia di rispondere in correo dello stesso reato.

Nella notte tra il 18 e il 19 maggio la Commissione ha dato l'ok alla cosidetta norma 'D'Addario' e le norme sul diritto di cronaca, ribattezzate 'Salva-Iene'. Non si potranno fare riprese tv di processi se non ci sarà il consenso di tutti così come le 'talpe' che rivelino atti o notizie del processo coperti da segreto rischiano da uno a 6 anni di carcere. Un'altra norma varata, bocciando tutti gli emendamenti soppressivi presentati dall'opposizione, prevede di dare immediato avviso al Vaticano se un pm intercetta un uomo di chiesa.
Il centrodestra dice che le nuove norme vogliono evitare "la gogna di chi è sottoposto a processi pubblici a mezzo stampa, senza contraddittorio", come ha detto Italo Bocchino della minoranza del Pdl. Per l'opposizione, il sindacato dei magistrati, quello dei giornalisti e la maggioranza degli editori è un provvedimento che ostacola le indagini e limita la libertà di stampa. "E' una gigliottina per i media", ha detto Felice Casson, ex magistrato e capogruppo del Pd alla commissione Giustizia del Senato.

E in rete aumentano le firme contro il ddl. L'appello ha superato le 70 mila adesioni.

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