Afghanistan, Berlusconi: la missione va avanti

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Calderoli chiede di verificare se i sacrifici servono, ma Bossi frena: non possiamo scappare. La Russa:la bomba non era diretta a noi. Il Pd richiama al senso responsabilità. Di Pietro; se ne parli in Parlamento

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Cordoglio, sostegno, vicinanza. Ma anche l'assicurazione che la missione italiana in Afghanistan non è in discussione. Di fronte al nuovo attacco dei talebani, nel quale sono morti i due uomini dell'Isaf, il governo riconferma la necessità di mantenere il contingente tricolore. La missione, dice il premier Silvio Berlusconi, è "di fondamentale importanza per la stabilità e la pacificazione di un'area strategica".

La notizia della morte del sergente Massimiliano Ramadù e del caporalmaggiore Luigi Pascazio (e del ferimento di Gianfranco Scirè e di Cristina Buonacucina) ha scosso il mondo politico. Il presidente della Repubblica Napolitano l'ha appresa con "profonda emozione" e si è fatto interprete del "profondo cordoglio del paese". "L'Italia piange altri due suoi caduti per la liberta' e la pace", ha detto il presidente del Senato Renato Schifani.

Qualche riserva venuta dalla Lega, che in passato si era sbilanciata per un ritorno a casa dei soldati italiani, è stata stoppata direttamente da Umberto Bossi. Se a caldo il ministro del Carroccio Roberto Calderoli aveva chiesto di valutare "se i sacrifici servono", il leader ha spazzato via ogni dubbio sulla via da seguire: "Non possiamo scappare, la nostra sarebbe sentita dal mondo occidentale come una fuga difficilmente spiegabile".

"E' una missione di pace in cui le nostre donne e i nostri uomini lavorano per la nostra sicurezza e per il bene del popolo afghano", dice il ministro degli esteri Frattini. Concetto espresso anche dal ministro della Difesa La Russa: i nostri uomini "sono lì per tenere lontano il pericolo del terrorismo".
Nessun dubbio sulla necessità di restare anche da parte del presidente della Camera Gianfranco Fini: la presenza italiana in Afghanistan non è tema su cui smarcarsi da Berlusconi. "L'impegno dei nostri soldati, insieme a quello degli alleati - puntualizza Fini - costituisce un presidio contro le forze del terrore e della destabilizzazione e rappresenta un insostituibile baluardo". Per questo bisogna portare avanti l'impegno "con determinazione".

Se la maggioranza si raccoglie intorno a questa linea, sintetizzata dalla parole d'ordine lanciata da Fabrizio Cicchitto "nessun cedimento", l'opposizione vorrebbe invece che si ridiscutessero obiettivi e strategie del contingente italiano.
Il segretario del Pd Bersani chiede che il Parlamento avvii una "riflessione" sui risultati conseguiti e le prospettive della missione. "Certamente - spiega Bersani - noi non possiamo consentire che i talebani sconfiggano l'intera comunità internazionale. Bisogna però che riflettiamo sull'evoluzione di quella missione così peraltro come sta facendo il presidente Obama".
Ma riflessione, almeno per ora, non vuol dire richiesta disimpegno. Tanto che il vicesegretario democratico Letta sostiene che questo è il momento in cui bisogna mostrare "responsabilità e coesione", e Massimo D'Alema ricorda che in Afghanistan c'è una missione "sotto l'egida dele Nazioni Unite".

Favorevole al mantenimento del contingente è l'Udc: non è questo, dice il segretario Cesa, il momento delle "incertezze".

A chieder invece una "exit strategy" è il leader dell'Italia dei valori Antonio di Pietro, secondo il quale si tratta di prendere atto che l'opzione militare ha fallito: "Non vi è alcuna prospettiva di una soluzione pacifica attraverso la presenza di truppe internazionali", sostiene Di Pietro, che aggiunge: "Chiederemo al governo perché dobbiamo restare".
E' invece la sinistra "extraparlamentare" a premere per un ritiro delle truppe: Da Diliberto a Ferrero a Ferrando, i partitini della galassia rossa sostengono che è giunto il momento di richiamare a casa i militari, delle cui perdite chiamano a rispondere il governo.



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