Fini: nessuna intenzione di andarmene

Il presidente della Camera Gianfranco Fini
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Il presidente della Camera riafferma la propria posizione dentro al Pdl: Berlusconi deve accettare il dissenso. Ma 75 ex di An votano un documento contro di lui. La Russa: "Scissione scongiurata"

Nessuna scissione e nessuna fuoriuscita dal Pdl. Ma il dissenso interno sì: nasce con queste premesse la "corrente" - anche se i "finiani" insistono nel non chiamarla così - di minoranza che fa capo al presidente della Camera, Gianfranco Fini, e che, finora, può contare su una cinquantina di parlamentari, tra deputati e senatori, gli stessi che oggi hanno firmato il documento di sostegno alle posizioni della terza carica dello Stato nella riunione che si è svolta nella sala Tatarella di Montecitorio.

In serata a palazzo Grazioli l’ennesimo confronto tra i due partiti di maggioranza ma per la prima volta il premier non ha invitato il vicepresidente dei deputati del Pdl, Italo Bocchino. Il presidente del Consiglio starebbe pensando di opporsi alla formazione di un gruppo all’interno del partito di via dell’Umiltà. Il premier, riferiscono le stesse fonti, non ha intenzione di perdersi in estenuanti trattative, nè ha voglia di ritornare a ciò che concepisce solo come vecchia politica. “Non posso permettere che qualcuno possa tentare di logorarmi e non voglio più trattare con certe persone”, è la reazione che viene riferita del Cavaliere. Dunque Berlusconi è tornato a chiedere chiarezza al confondatore del Pdl. “Altrimenti - avrebbe ragionato il premier - meglio che si faccia un partito e si vada al voto, non possiamo andare avanti con questo continuo stillicidio”. Al momento non è stata presa alcuna decisione ufficiale, non è nemmeno certo che il presidente del Consiglio intervenga alla direzione nazionale di giovedì. A frenare il Cavaliere sarebbe stato soprattutto Umberto Bossi. Non possiamo rompere, occorre trovare un accordo, è la linea del “Senatùr”. Preoccupato che possa saltare tutto il lavoro svolto sul federalismo e che si prospettino le condizioni per un governo istituzionale che naturalmente neanche il presidente del Consiglio vuole.

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