Finiani verso la rottura, inizia la conta

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Clima teso tra Berlusconi e Fini. C'è chi parla di rottura e chi di semplici divergenze. Intanto a via dell'Umiltà si stanno già facendo i calcoli per scoprire se ci sono i numeri per creare un nuovo gruppo parlamentare

di Serenella Mattera

Le intenzioni sono serie. Si è già pensato a un nome: “Pdl-Italia”. Si potrebbe chiamare così il gruppo parlamentare cui i deputati e i senatori di fede finiana daranno vita, se non si troverà nelle prossime ore una soluzione alla profonda crisi che si è ufficialmente aperta dopo il pranzo di Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini a Montecitorio. L’idea era nell’aria da tempo: il presidente della Camera ha manifestato in diverse occasioni il suo disappunto per il modo in cui il premier sta gestendo il Popolo della libertà e il suo rapporto con la Lega. Perciò, quando oggi la rottura tra i due leader si è consumata, gli uomini più vicini a Fini erano già pronti alla “conta”. Si sono subito riuniti e poi hanno fatto trapelare: sarebbero 50 i deputati e 18 i senatori disposti a entrare in un nuovo gruppo autonomo rispetto al Pdl. Ma in realtà ne sono sufficienti anche meno per essere determinanti per la tenuta del governo.

Basta fare un po’ di calcoli. Per avere la maggioranza alla Camera, bisogna avere il voto di 316 deputati (la metà più uno). Pdl e Lega insieme ne contano 330 (270+60), cioè 14 in più del necessario. Ma se al seguito di Fini si staccassero dal Pdl 20 deputati (il numero minimo per creare un gruppo), votando con l’opposizione potrebbero far cadere il governo. Stesso discorso al Senato, dove per un nuovo gruppo servono almeno 10 senatori e per mettere a rischio la maggioranza ne bastano 12.

Ma non è questa la loro intenzione, assicurano i finiani. Non vogliono far cadere Berlusconi. «Nessun parlamentare vicino al presidente della Camera farà mai mancare la fiducia», ha detto il vicecapogruppo del Pdl e fedelissimo dell’ex leader di An, Italo Bocchino. L’intenzione, piuttosto, è quella di far pesare il proprio voto e far sentire la propria voce all’interno della maggioranza. Come fa la Lega che, accusano i finiani, sta condizionando troppo il Pdl. Nel concreto, nei prossimi mesi la pattuglia “scissionista” potrebbe ad esempio sbarrare la strada all’approvazione a Montecitorio della legge sul testamento biologico così come varata dal Senato. Il presidente della Camera l’ha più volte apertamente criticata, chiedendo modifiche sostanziali. Ora i suoi potrebbero esigere quei cambiamenti. E poi c’è il tema della cittadinanza agli immigrati. Fini chiede regole meno rigide, soprattutto per i bambini che nascono o frequentano le scuole in Italia, ma l’orientamento della maggioranza del Pdl e della Lega è quello di non concedere aperture. Ebbene, i deputati di “Pdl-Italia” potrebbero mettersi di traverso e votare con l’opposizione. Come potrebbero decidere di fare anche sui temi della giustizia, primo tra tutti le intercettazioni. E, naturalmente, sulle riforme costituzionali, per le quali è indispensabile il voto della maggioranza assoluta dei parlamentari.

Ma da chi sarebbe costituito “Pdl-Italia”? Alcuni nomi sono presto fatti. Andrea Ronchi, ex portavoce del presidente della Camera, sarebbe l’unico ministro della pattuglia. In cui figurerebbero i sottosegretari Roberto Menia e Adolfo Urso. Importante sarebbe poi la presenza della presidente della commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno, che ha il compito non da poco di fare da contraltare a Niccolò Ghedini e ai parlamentari-avvocati del premier. Di Italo Bocchino si è detto. Altri deputati sarebbero la direttrice del Secolo Flavia Perina, Carmelo Briguglio, Fabio Granata, Donato Lamorte, Mirko Tremaglia, Enzo Raisi, Angela Napoli. E tra i senatori, si annoverano Domenico Gramazio, Filippo Berselli, Pasquale Viespoli, Giuseppe Valentino, Mario Baldassarri.

Non resta che aspettare e vedere. Col passare delle ore, forse si capirà anche se era vera un’indiscrezione della prima ora, poi smentita. “Rifletti bene”, avrebbe infatti detto Berlusconi a Fini, secondo alcune fonti, durante il burrascoso pranzo. Se decidesse davvero di creare un nuovo gruppo, avrebbe avvertito il premier, l’ex leader di An potrebbe dover lasciare la presidenza della Camera.

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