Federalismo elettorale, una babele di norme

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Regione che vai, legge che trovi. Ecco le regole che possono indurre all’errore nel segreto dell’urna o produrre effetti paradossali al momento dello spoglio

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di Serenella Mattera

C’è chi ha abolito il listino, chi ha eliminato le preferenze e chi ha detto no al voto disgiunto. C’è chi impone le primarie e chi le quote rosa. Regione che vai, legge che trovi. È il “federalismo elettorale” degli anni 2000. E cioè l’esercizio di quel potere che una legge costituzionale del 1999 ha dato alle Regioni: ciascuna può disciplinare in maniera indipendente le regole del voto dei propri cittadini, fatti salvi solo alcuni principi fondamentali dettati dallo Stato. Il risultato è una babele di norme tra cui non sempre è facile destreggiarsi. Regole che possono indurre all’errore nel segreto dell’urna o produrre effetti paradossali al momento dello spoglio. E che non mancano di impegnare i tribunali.

Partiamo dal principio. Due regole valgono per tutti: l’elezione diretta del presidente da parte dei cittadini (diventa “governatore” chi ottiene il maggior numero di voti) e un sistema elettorale proporzionale con premio di maggioranza (i voti vengono divisi in maniera proporzionale tra i partiti, ma a chi vince va una manciata di consiglieri regionali in più). Anche se le Regioni avrebbero potuto modificare queste norme (previste dalla cosiddetta “legge Tatarella”), nessuna lo ha fatto. Perché? Lo spiega il politologo Roberto D’Alimonte: «Perché fa comodo alla classe politica italiana. È infatti un sistema che da una parte consente un livello di frammentazione elevato e permette quindi a numerosi partiti di avere accesso ai consigli regionali. Dall’altra, con l’elezione diretta del presidente, assicura la stabilità dell’esecutivo regionale». A queste due principali regole se ne sommano poi altre, che sono automaticamente in vigore per quelle Regioni che dopo dieci anni, ancora non hanno adottato una propria legge elettorale (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Liguria, più la Basilicata, la cui legge, approvata all’inizio di quest’anno, verrà applicata dalla prossima legislatura). Particolarmente rilevante è ad esempio il “listino” bloccato del presidente. E cioè, spiega D’Alimonte, «una riserva per candidati “protetti”»: chi è in quell’elenco non deve raccogliere preferenze, ma solo sperare che l’aspirante governatore cui fa capo venga eletto, per poter così a sua volta accedere al Consiglio regionale grazie al premio di maggioranza.

Ma poiché lunghe ed estenuanti sono le trattative tra i partiti per spartirsi i posti in quell’elenco “protetto”, alcune Regioni hanno deciso di eliminare il problema alla radice. Niente “listini”. Tutti alla pari, a contendersi un posto in Consiglio con le preferenze. Così in Campania, Puglia, Marche e Calabria. L’esatto contrario invece in Toscana, dove sono state abolite le preferenze.

E anche se il sistema “bloccato” toscano è da più parti criticato, perché i consiglieri vengono in sostanza “nominati” dai partiti, ha mostrato di possedere un paradossale effetto positivo per le donne. Infatti, come mostra D’Alimonte, nel segreto dell’urna gli italiani tendono a mettere loro “x” su nomi di uomini, con l’effetto che ad esempio nel 2005 i consiglieri donna eletti sono stati in media appena il 12%. Ma la Toscana, che ha abolito le preferenze, ha fatto eccezione: è bastato che i vertici dei partiti mettessero in cima alle liste bloccate una “quota” di candidate, perché si registrasse l’inedito picco rosa del 25%. Al problema, però, c’è chi ha voluto dare una soluzione diversa. Nel Lazio, per esempio, hanno stabilito che in ciascuna lista non ci possono essere più di due terzi dei candidati dello stesso genere: chi sgarra, non ha diritto al rimborso delle spese elettorali. Ma in Campania sono andati oltre. Non solo hanno fissato il tetto dei due terzi nelle liste, ma hanno anche introdotto una “discriminazione positiva” a favore delle donne: gli elettori possono esprimere due preferenze sulla scheda, purché però diano uno dei due voti a una donna. Una potente arma a favore delle pari opportunità, questa, che ha già prodotto una valanga rosa all’interno delle liste (ben 403 candidate), ma che potrebbe creare caos e polemiche al momento dello spoglio, dal momento che se le due preferenze vengono date a persone dello stesso sesso, il voto è considerato nullo.

Sicuramente più semplice sarà la conta nelle Marche, dove hanno deciso di impedire il voto disgiunto. E cioè non si potrà, come invece accade nelle altre Regioni, scegliere allo stesso tempo un candidato consigliere di centrosinistra e un candidato presidente di centrodestra, o viceversa. In Umbria, invece, si sono preoccupati di tutelare chi perde: alle minoranze è garantito il 35% dei seggi. Mentre in Calabria hanno fissato soglie di sbarramento più alte (4% per i partiti e 8% per le coalizioni, contro il 3% e il 5% di regola applicati). E hanno anche introdotto l’obbligo delle elezioni primarie: chi non candida il vincente alle primarie, perde il diritto ai rimborsi elettorali.

Ad addentrarsi nei sistemi di ripartizione dei seggi, si possono poi scoprire effetti paradossali, come quello, descritto da D’Alimonte, per cui in alcuni casi con meno voti si riescono a ottenere più seggi. Ma tentare di addentrarsi nei meandri più oscuri della babele elettorale può provocare «l’insonnia», mette in guardia il professore. E allora, per concludere, basti dire che alcune questioni irrisolte potrebbero portare i candidati eletti direttamente in tribunale. Ad esempio, come segnala Paolo Balduzzi, ricercatore all’università Cattolica e collaboratore de LaVoce.info in Lombardia e Vasco Errani (Pd) in Emilia Romagna è già stato annunciato ricorso, perché una legge statale vieta ai governatori di candidarsi per un terzo mandato. Ebbene, se i giudici dovessero decidere che quella norma è un principio generale, da applicare in tutte le Regioni, l’eventuale vittoria di Errani e Formigoni potrebbe essere annullata. E allora sarebbe tutto da rifare.

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