Follini: vi racconto il berlusconismo

Marco Follini e, sullo sfondo, Silvio Berlusconi
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Nell'"Elogio della pazienza" (Mondadori), l'attuale senatore del Pd rivaluta alcuni aspetti della Prima Repubblica. E traccia il suo ritratto del quindicennio berlusconiano. Leggi un capitolo del libro

di Marco Follini

È comparso quasi all’improvviso, Berlusconi. Inatteso, imprevisto, non annunciato da nessuna di quelle rassicuranti anticipazioni che il più delle volte precedono i nuovi fenomeni politici e li rendono quasi familiari.
Un po’ come gli hyksos di Benedetto Croce, quegli invasori spuntati dal nulla nell’antico Egitto, che il filosofo paragonava ai fascisti del suo tempo, anch’essi a suo dire spuntati dal nulla e destinati a farsi docilmente rinchiudere in una parentesi dentro il maestoso fluire della storia della libertà italiana.
C’è un sentimento di precarietà che accompagna Berlusconi da quindici anni a questa parte e che lo ha fatto giudicare molto più fragile di quello che era, ed è.
Si capisce.
Per il ceto politico italiano il Cav era e resta, al fondo, un usurpatore. Provvidenziale per chi si è messo sotto la sua ala protettiva. Demoniaco per chi si è schierato dalla parte opposta. E inquietante per tutti i custodi sia della vocazione che del mestiere. Un leader impolitico, e all’occorrenza antipolitico, che i cultori dell’ortodossia hanno sempre guardato un po’ dall’alto in basso, con un sentimento di degnazione troppo spavaldo per non dover essere prima o poi riveduto e corretto. Proviamo, appunto, a rivedere e magari a correggere. Berlusconi infatti ha segnato come nessun altro leader politico il quindicennio appena trascorso.

Ha vinto, e rivinto, come nessun altro prima di lui. Ha polarizzato sentimenti popolari, favorevoli e contrari, come nessun altro prima di lui. Ha definito l’agenda, costringendovi dentro anche i suoi avversari. Ha modificato in profondità abitudini, costumi, linguaggi. Ha personificato e velocizzato i processi politici, sottraendoli a una regolarità che si pensava infinita.
In una parola, ha segnato il tempo e fatto la differenza, nel bene e nel male. Berlusconi s’è imposto forzando, non c’è dubbio. È quella la sua storia, la sua cifra. Ha strappato, ha diviso, ha sparso molto sale sulle ferite del paese. Si è proposto come uomo di parte, fino in fondo. Ha denudato la politica dei suoi paramenti istituzionali e di alcune sue buone maniere. Ha tratto una certa forza dalle tensioni che c’erano, quelle che ha subito e quelle che ha prodotto.
Questa sua caratteristica, io credo, un giorno lo perderà, non appena il paese sentirà il bisogno di ritrovare un equilibrio diverso, una maggiore compostezza. Ma per anni e anni, invece, proprio questo lo ha fatto vincere e ne ha perfino celebrato le ragioni. Dunque l’analisi, anche da parte di chi non lo ama, dovrebbe essere rispettosa e non appannata da troppa ideologia.
Come tutti i fenomeni politici, anche quello berlusconiano ha la sua complessità. Non c’è una parola che lo riassume, non c’è una sola dimensione che lo racchiude.
È una novità, e insieme una conferma. Una rivoluzione e una restaurazione. Una monarchia, però disordinata. Una democrazia, però plebiscitaria. Fin dai suoi primi passi Berlusconi si è mosso sul crinale tra innovazione e continuità. Beneficiario e vittima della stagione di Mani pulite. Erede e nemesi della Dc e dei suoi alleati. Fondatore della Seconda Repubblica e al tempo stesso salvatore della Prima, o quantomeno di un suo nucleo centrale. Ha conservato il nocciolo di un antico sistema di potere gettando via la sua buccia. Uomo di governo e di lotta insediato al posto dei vecchi partiti di lotta e di governo. Una sorta di doppiezza riassume le tante antinomie berlusconiane.

Il Cav è un doroteo a cui manca la prudenza e insieme un giacobino sul punto di farsi incoronare. Conosce le astuzie dell’uomo di Palazzo e gli eccessi dell’uomo di piazza. Il suo senso pratico sa come trasformare i sogni e le fantasie in materiale politico. Ma la sua immaginazione non rinuncia a forzare le regole e le consuetudini che trova davanti a sé. Riassunto inedito di un’Italia che unisce caratteri postmoderni e quasi avveniristici al richiamo antico del particolarismo guicciardiniano.
Cavalcando leggero, senza il fardello di un’ideologia e senza pensieri troppo onerosi, Berlusconi ha saputo adattarsi al clima del paese. Scendendo in campo come campione del nuovismo quando l’Italia sembrava voler fare terra bruciata di tutto il suo recente passato. Poi tenendo il campo come alfiere di una tradizione sturziana, degasperiana, craxiana, e chi più ne ha più ne metta, non appena l’opinione pubblica è parsa liberarsi di certi suoi furori vendicativi e giustizialisti. E infine, sempre, riuscendo a camuffare ogni conservatorismo sotto le spoglie di uno spirito romanticamente innovativo, furbescamente populista e paradossalmente quasi rivoluzionario, almeno a parole.

Da uomo di governo Berlusconi è riuscito a viversi e a farsi vivere dall’opinione pubblica come un grande oppositore. Vittima a suo dire di un establishment parruccone e poco amichevole; vittima di giudici e media schierati pregiudizialmente contro; vittima di alleati infidi e votati al tradimento; vittima di regole antiquate e di poteri evanescenti. Quattro governi e molti anni trascorsi a Palazzo Chigi non hanno consumato, almeno fin qui, l’immagine innovativa e dirompente del leader del centrodestra. Tutt’altro. Mentre l’opposizione si illudeva di inchiodare il proprio antagonista all’artificiosità del partito di plastica, Berlusconi ha fatto i suoi conti con la carne e il sangue del paese. Ne ha coltivato abilmente gli istinti e i luoghi comuni, ne ha sollecitato i sentimenti e più ancora i risentimenti, ne ha ridisegnato i confini e i legami. Mettendo astutamente sul banco degli imputati le tradizionali rappresentanze, e mettendo ancora più abilmente se stesso al centro del crocevia. Come l’unico, obbligato punto di passaggio tra una società senza più interpretazioni e una macchina politica senza più guida. Il fatto è che in tutti questi anni Berlusconi ha saputo offrire alla sua parte una politica, molti sogni, qualche illusione e, soprattutto, una biografia. La politica è stata la più canonica.

Il Cav si è messo per così dire a cavallo del pentapartito di venti e più anni fa. Ha concesso ai democristiani, ai socialisti, ai laici un riparo sicuro all’indomani delle tempeste di Tangentopoli. Ha fatto sembrare quel riparo, piuttosto tradizionale, come una novità inedita. Sulle prime ha evocato la rivoluzione liberale, che avrebbe dovuto ridurre lo Stato, e soprattutto il fisco, ai minimi termini. Poi ha deciso di vestire panni più tradizionali, contando sulla propria rinnovata centralità politica. Ma senza mai restarne prigioniero più di tanto. Prima, e dopo, si è fatto forte soprattutto dei suoi nemici: i «comunisti», resi eterni proprio quando cercavano di finire, la sinistra, i giudici, perfino i media. Mentre il mondo si adoperava per bruciare le scorie della guerra fredda, l’Italia berlusconiana è rimasta felicemente imprigionata nelle sue categorie ideologiche.

La terra promessa del bipolarismo e dell’alternanza poteva attendere ancora un poco, dato che il lato sinistro dello schieramento politico non si era ancora affatto liberato del suo tenebroso passato. L’anticomunismo che i vecchi democristiani inoculavano a piccole dosi nelle loro campagne elettorali conosceva finalmente sotto il regno del Cav il suo dispiegamento più massiccio.
Ancorché fuori tempo massimo. I sogni sono stati immaginifici. Berlusconi è stato capace di evocare con il suo messaggio un’Italia a colori che avrebbe finalmente preso il posto di una realtà troppo segnata dalla mestizia del bianco e nero. Bando al pessimismo, alla predicazione, alla problematicità. Tutte cose che avevano fatto parte del registro della politica di prima. E finalmente campo libero per le più oniriche fantasie civili e sociali. Un nuovo miracolo economico, meno tasse per tutti, un milione di posti di lavoro e via enumerando da un traguardo virtuale all’altro.
Se Craxi aveva opposto all’austerità berlingueriana l’ottimismo della nave che va, ora Berlusconi opponeva alla durezza del momento (e alla pensierosità dei suoi avversari) tutta la gamma delle radiose potenzialità indotte dal suo illusionismo. Fatto si è che quei sogni sono diventati per molti italiani una concreta e durevole scelta politica di campo.
© 2010 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano

Tratto da Marco Follini, Elogio della pazienza, Mondadori, pp. 94, euro 16,50

Marco Follini (Roma, 1954) è stato segretario dei giovani Dc (1977), consigliere di amministrazione della Rai (1987), segretario dell'Udc (2001), vicepresidente del Consiglio (2005). Attualmente è senatore del Pd. Ha scritto, tra l'altro, La Dc (Il Mulino), Intervista sui moderati (con Paolo Franchi, Laterza) e La volpe e il leone (Sellerio).

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