"Ad personam": quarant'anni di leggi su misura

Il giornalista Marco Travaglio, autore di "Ad personam", in libreria per Chiarelettere
1' di lettura

Nel suo nuovo libro (Chiarelettere), Marco Travaglio passa in rassegna gli ultimi sedici anni di "leggi prêt-à-porter", ma racconta anche i precedenti di leggi ad hoc promulgate nella Prima Repubblica. LEGGI UNO STRALCIO DEL SAGGIO IN ESCLUSIVA SU SKY.IT

di Marco Travaglio

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando si gridava allo scandalo per le leggi «a gentile richiesta».
Nel 1973, il pretore di Genova Mario Almerighi, affiancato dai colleghi Adriano Sansa e Carlo Brusco, scoprì che la legislazione fiscale in materia di petroli veniva scritta e aggiornata direttamente dall’Unione petrolifera italiana, che graziosamente prestava i suoi uomini al governo per la bisogna.
In cambio, imbottiva di miliardi i ministri e i loro partiti. Fu la prima grande Tangentopoli d’Italia, subito saggiamente archiviata dalla commissione parlamentare inquirente, con la collaborazione della Procura di Roma che fagocitò in tempo reale il processo. Anche le altre grandi imprese private venivano amorevolmente foraggiate dallo Stato, come ha raccontato l’ex amministratore delegato di Fiat Auto Vittorio Ghidella al processo di Torino a carico di Cesare Romiti:

Un settore per arricchire la Fiat Auto era la contribuzione statale per le ricerche tecnologiche [la «legge Ossola», nda]. Qui, semplicemente, si gonfiavano le spese e le ore di applicazione da parte di Fiat Auto e si lucravano somme che coprivano abbondantemente il costo della ricerca. Anzi, si traevano dei buoni guadagni. Se il ministero fosse venuto a controllare, se ne sarebbe accorto. Ma oggi è impossibile. La legge era stata studiata apposta per dare dei soldi a ufo...

E non fu quella la sola legge «ad aziendam» pro Fiat, anche se almeno ad approvarla non era stato il proprietario della Fiat. Negli anni Settanta e Ottanta andavano forte le leggi «ad aziendas», per preservare i ricchi e i potenti dalle conseguenze penali delle loro spericolate attività imprenditoriali. Ricordate la legge «manette agli evasori»?
Restò in vigore finché non finì in galera il primo grande evasore. Poi basta manette agli evasori. Ma è in materia ambientale che il legislatore s’è sbizzarrito per decenni in una miriade di interventi per salvare dai processi fior di imprenditori senza scrupoli.

Il sistema funziona così. Parlamento e governo non fanno nulla finché non ci scappa il morto. Allora scatta l’«emergenza», seguita dall’immancabile legge punitiva all’insegna della «tolleranza zero». Legge spesso di facciata e priva dei mezzi necessari a garantirne l’applicazione e dei controllori in grado di farla rispettare. Così rimane sulla carta, lettera morta, per un po’. Finché un magistrato non riesce comunque ad applicarla, processando qualche imputato eccellente. A quel punto si comincia a strillare che la legge non va bene, bisogna emendarla, insomma occorrono «nuove regole». Che sono sempre più blande delle precedenti. E il processo intanto va in fumo. Ne sa qualcosa il procuratore torinese Raffaele Guariniello, pioniere dei processi a chi minaccia la salute dei cittadini e la sicurezza dei lavoratori: da trent’anni è pedinato dal legislatore che segue amorevolmente le sue indagini, pronto a incepparle a colpi di codicilli, emendamenti, depenalizzazioni, amnistie, indulti. Nei primi anni Ottanta una legge fissa il tetto massimo di atrazina consentita nell’acqua potabile. E subito finiscono alla sbarra le aziende che sforano le soglie. Il ministro della Sanità Carlo Donat-Cattin, democristiano, che fa? Alza la soglia massima di atrazina autorizzata per legge. Anni dopo la Corte di giustizia europea boccerà la nuova normativa, ma intanto gli italiani hanno bevuto veleni legalizzati e le aziende imputate l’hanno fatta franca a norma di codice.

Nel 1988, con dodici anni di ritardo sul disastro dell’Icmesa, il Parlamento vara la «legge Seveso» sulle aziende ad alto rischio ambientale che non hanno segnalato la propria pericolosità oppure hanno millantato misure di sicurezza mai adottate. Partono i processi alle aziende fuorilegge, ma nel 1994 il primo governo Berlusconi vara un decreto, che sarà reiterato ben diciassette volte da quelli successivi, per salvare sia le aziende a rischio rimaste clandestine sia quelle che dichiaravano impianti di sicurezza mai installati. Nel 1997 la Corte europea condannerà l’Italia per la mancata vigilanza sulla legge Seveso. Ma a babbo morto. Già che c’è, il primo governo Berlusconi approva pure un condono ambientale e tenta addirittura di depenalizzare la legge Merli del 1976 sull’inquinamento delle acque (non ne avrà, fortunatamente, il tempo). Intanto, sempre nel 1994, il Parlamento è costretto a recepire, sia pur con enorme ritardo, la normativa europea sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Nasce così la famosa legge 626. Due anni dopo, grazie a Guariniello, il Tribunale di Torino condanna in primo grado tutti i maggiori petrolieri italiani per l’eccessivo quantitativo di benzene (sostanza altamente inquinante) nelle benzine, che provoca gravi danni alla salute dei benzinai. Non l’avesse mai fatto: subito dopo il Parlamento concede ai petrolieri una proroga di due anni per mettersi in regola, così le condanne vanno in fumo.

Lo stesso accade con la legge 494 sulle misure di sicurezza nei cantieri edili: varie circolari ministeriali forniscono interpretazioni sempre più favorevoli alle aziende, arrivando a dire l’esatto contrario di quel che prevede la leg- ge. Anche stavolta la Corte europea ci condannerà, stabilendo che non si possono modificare le leggi dello Stato a colpi di circolari. Nel 1995 vengono depenalizzati i reati commessi dai sindaci dei comuni dotati di sistemi di depurazione insufficienti. Nel 1997 c’è una gigantesca sanatoria per i rifiuti illegali. Alla fine degli anni Novanta esplode in tutta Europa il morbo della mucca pazza: l’encefalopatia spongiforme bovina (Bse), trasmissibile anche all’uomo, causata dal comportamento criminale di molti allevatori che alimentano il bestiame con farine di carne animale. Una pratica proibita dalla legge sui mangimi fin dal 1963 eppure largamente praticata. Mentre il governo tranquillizza la popolazione sull’assenza di rischi in Italia, sventolando i controlli negativi degli ispettori delle Asl, Guariniello apre un’indagine e sguinzaglia i carabinieri del Nas in una serie di allevamenti-campione. E scopre che i famosi «controlli» delle Asl sono basati in pratica sull’autocertificazione. Gli ispettori si affacciano nelle aziende agricole e domandano agli allevatori: «Mica usate farine di carne nei mangimi?». Risposta unanime: «No». Come chiedere all’oste se il vino è buono.

Finiscono sotto processo a Torino varie aziende per violazione della legge sui mangimi, e puntualmente nel 1999 arriva la depenalizzazione della legge sui mangimi. Nessuno, da trentasei anni, la metteva in discussione: andava bene quando non era applicata. Nel 2001, con la legge 231, l’Italia recepisce la legge europea sulla responsabilità giuridica delle società: non solo i dirigenti e i titolari, ma anche l’impresa può essere processata e condannata in sede penale per i danni derivati dai reati commessi dai suoi responsabili. Su pressione della Confindustria, però, il secondo governo Amato evita di allargarla alla responsabilità per gli infortuni sul lavoro. Sono troppe le imprese italiane che finirebbero alla sbarra e dovrebbero rifondere miliardi su miliardi di lire di danni ai familiari dei morti sul lavoro e agli operai infortunati.

Solo nel 2006 il secondo governo Prodi provvederà a colmare quella grave lacuna. La stessa scena si ripeterà fra il 2009 e il 2010 con i continui rinvii e ostacoli frapposti dal terzo governo Berlusconi all’entrata in vigore della class action, fortemente osteggiata dalle banche e dalla Confindustria. La Corte di giustizia europea aprirà l’ennesima procedura contro l’Italia. Lunardi, intanto, vince il premio Attila. Se poi le circolari, le depenalizzazioni, i ritocchi delle soglie, le proroghe, la prescrizione non bastano a salvare le ditte, arriva l’amnistia, che nel 1989 salvò la Fiat nel processo sull’abuso delle sale mediche aziendali; oppure l’indulto, che nel 2006 ha miracolato gli avvelenatori da amianto, il piromane della Fenice e i responsabili del rogo di Linate. Un giorno un grande imprenditore imputato per non aver tutelato i suoi operai si appellò al giudice che lo processava: «Vostro onore, le sentenze devono tenere conto dei bilanci delle società». Il giudice gli rispose: «Prima viene la salute, poi i soldi». E lo condannò a pagare miliardi. Purtroppo era un giudice della Corte suprema americana.
©Chiarelettere editore Srl

Tratto da Marco Travaglio, Ad personam, Chiarelettere, pp.588, euro 16,90


Marco Travaglio, editorialista e cofondatore de “Il Fatto Quotidiano”, collaboratore fisso di Annozero, ha scritto fra l’altro Mani Sporche (con G. Barbacetto e P. Gomez), Se li conosci li eviti (con Gomez), Italia anno zero (con Vauro e B. Borromeo), Bavaglio e Papi (con P. Gomez e M. Lillo), tutti editi da Chiarelettere. Cura anche un blog, voglioscendere.it, con Gomez e Pino Corrias.

Leggi tutto