Anno giudiziario: sì alle riforme, ma più risorse

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Il procuratore generale e il primo presidente della Cassazione, in occasione dell'inaugurazione dell'Anno Giudiziario, aprono alle riforme ma chiedono che non siano dettate dalla cronaca e che siano accompagnate da più risorse

Sì alle riforme, ma che non siano dettate dalla cronaca, è l'invito lanciato dal primo presidente della Cassazione Vincenzo Carbone nel corso dell'apertura dell'anno giudiziario. "La situazione di crisi della giustizia penale è all'ordine del giorno - ha detto il magistrato -, ma se ne individuano spesso solo alcuni aspetti" e spesso gli interventi legislativi, 79 negli ultimi 20 anni, ossia 1 ogni tre mesi, hanno "alterato l'impianto del processo, seguendo l'agenda imposta dalla cronaca, spesso senza preoccuparsi dei danni al sistema, che per funzionare ha bisogno di stabilita"

Il primo presidente della Cassazione ha poi continuato snocciolando le cifre dei ritardi della giustizia in Italia, ritardi che costano tantissimo alle imprese del Nord: ogni anno le aziende lombarde sono penalizzate dalla lentezza dei processi per un totale di 454 milioni di euro. Seguono le imprese del Lazio con 305, quelle della Campania con 244, dell'Emilia-Romagna con 199, della Toscana con 160, della Puglia con 159. Ma anche nelle altre regioni la situazione non è migliore: le imprese siciliane pagano il ritardo con 139 milioni di euro, quelle del Veneto con 138, quelle del Piemonte con 106, delle Marche con 79, della Calabria con 69, della Liguria con 42, dell'Abruzzo con 41 e dell'Umbria con 36. Costi inferiori - ha precisato Carbone - sono sopportati dalle imprese friulane, che ogni anno in giustizia lenta perdono 35 milioni di euro, 29 li perdono le imprese sarde, 14 quelle della Basilicata, 10 quelle del Trentino-Alto Adige, otto quelle del Molise, sei quelle di Bolzano, quattro a Trento e due in Valle d'Aosta.


Il precedenza il procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, era intervenuto sulla stessa lina.Ben vengano tutte le iniziative volte a contrastare la eccessiva e "intollerabile" durata dei processi.  Anche non parlando espressamente di processo breve  Esposito ha chiaramente detto che "devono essere accolte con favore tutte le iniziative, ve ne sono state a livello parlamentare sia nell'attuale  legislatura che nella precedente, volte a contenere la durata del processo entro termini ragionevoli secondo i parametri indicati dalla Corte di Strasburgo".

Il pg Esposito, pur non entrando nelle soluzioni tecniche elaborate "per il rispetto -dice- che si deve al Parlamento", non rinuncia ad affermare "con fermezza pari alla profonda convinzione che una democrazia non può dirsi pienamente tale se non garantisce ai suoi cittadini, anche a quelli responsabili dei reati più odiosi, una tempestiva tutela dei loro diritti e un altrettanto tempestiva applicazione delle pene, che ogni intervento in tale direzione se non vuole restare sul piano di una mera enunciazione di intenti e produrre guasti maggiori dei benefici auspicati, deve essere necessariamente preceduto da una radicale riforma strutturale dei sistemi sostanziali e processuali, oltre che da un adeguato potenziamento delle risorse  umane e materiali".

Nella sua relazione il procuratore generale della Cassazione ritiene anche che non siano più tollerabili i contrasti "tra foro e magistratura e tra magistratura e classe politica". Per il pg esiste una "carenza di un comune sentire sui valori della Convenzione europea e sul generale sentimento del giusto e dell'equo che la pervade", ed è "compito del Consiglio Superiore rimuovere tali ostacoli in sede di formazione continua, per quanto riguarda i magistrati".
Quella carenza, sottolinea, "contribuisce ad alimentare anche i contrasti" tra magistratura e politica. Il pg ricorda le parole del Capo dello Stato, secondo le quali "è necessario che si fermi la spirale delle tensioni non solo tra le parti politiche ma tra le istituzioni".

Napolitano, ricorda Esposito, "ha ritenuto indispensabile che vi sia autocontrollo delle parti politiche nelle dichiarazioni pubbliche e che quanti appartengono all'istituzione giudiziaria si attengano rigorosamente alla loro funzione". La procura generale della Suprema Corte, proprio per questo, "aveva già ritenuto di sottolineare ai magistrati del pubblico ministero, si legge nella relazione, l'esigenza che la libertà di espressione non sia di pregiudizio per i diritti dei cittadini e per la credibilità del sistema giudiziario".

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