Pd: ora scatta la sindrome "Zabriskie point"

I tre candidati alla segreteria del Pd: Pierluigi Bersani, Ignazio Marino, Dario Franceschini
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Il celebre film di Michelangelo Antonioni diventa la metafora dello scontro per la leadership del Partito democratico. Dopo la diffusione dei dati sulle votazioni degli iscritti, sale la tensione tra i tre candidati alla segreteria

di Filippo Maria Battaglia

“Se non si stemperano i toni, finisce come Zabriskie point ”. Il paragone con il celebre film di Michelangelo Antonioni è significativo: l’allarme lanciato dal democratico Paolo Gentiloni e rivolto al suo partito rende infatti l'idea più di molte analisi sulla tensione che in questi giorni si respira in casa Pd. (qui sotto, il trailer)
 




I dati quasi definitivi dei tre candidati non hanno di certo placato i toni . Ad accendere la miccia, a poco meno di un giorno dalla conclusione della votazione dei circoli , era stato il coordinatore della mozione Bersani , Filippo Penati. “Fino alle primarie del 25 ottobre – aveva detto l’ex presidente della provincia di Milano - Franceschini non è più di fatto il segretario perché non ha il consenso da parte di due terzi del partito che sta gestendo”. Una presa di posizione dura, che aveva subito provocato la piccata replica di Piero Fassino, sostenitore della candidatura del segretario uscente: “Bersani smentisca in modo inequivocabile le sconcertanti e irresponsabili parole di Penati” aveva detto, registrando anche l’appoggio dell’altro candidato, Ignazio Marino . Ed infatti, poco dopo, l'ex ministro si affrettava a precisare: “Franceschini è segretario a pieno titolo”.
Dal comitato del segretario uscente , però, le parole concilianti stentavano ad arrivare: dopo la diffusione dei dati sull’80% dei congressi, mentre su internet venivano pubblicate le prime denunce su presunte irregolarità ,  una dei sostenitori di Franceschini, Pina Picerino, parlava di un “Bersani che vince dove regnano i signori delle tessere”, ricevendo quasi subito la replica a muso duro del portavoce dell'ex ministro che chiedeva un “minimo di serietà”.
Si spiegano anche così le difficoltà ad organizzare i faccia a faccia tra i candidati. Bersani ha già fatto sapere che le regole imposte da Youdem , la tv del partito (giornalisti scelti per sorteggio, numero di inquadrature prestabilite) sono troppo rigide e ha proposto di organizzare il dibattito in un circolo di iscritti.
L’alta tensione del Pd non corre solo lungo il binario della sfida tra i due più accreditati candidati. A far discutere in queste ore i dirigenti e gli iscritti sono anche le pagine di un libro di uno dei fondatori del partito, Francesco Rutelli. Titolo e sottotitolo del pamphlet lasciano poco o nulla di intentato: La svolta. Lettera a un partito mai nato . “Se il Pd va a sinistra è finita – ha tuonato l’ex sindaco di Roma a una delle presentazioni del saggio – tradisce il senso per cui è nato. Io non ho sciolto la Margherita per ritrovarci a questo punto, ma per creare qualcosa di realmente nuovo”. Rutelli ha poi parlato di “un congresso che è solo una conta” e di “una strada che mi sembra già segnata”. Una frase sibillina, che ai più maliziosi è sembrata la conferma indiretta del progetto di un nuovo partito che riunisca alcune personalità del Pd, senza lesinare simpatie verso Antonio Di Pietro. A rincarare la dose, è arrivata anche una dichiarazione di Massimo D'Alema, poi ridimensionata: "I tesserati hanno deciso che il segretario è Bersani, se poi certi giornali e certi ambienti vogliono ribaltare questo risultato, fare campagna per Franceschini alle primarie e farlo eleggere, mettendo fuorigioco i tesserati, allora noi seguiremo i nostri iscritti". 
Ma le fibrillazioni in casa democratica non finiscono qui: in questi giorni la sinistra radicale ha infatti accusato una cinquantina di deputati di assenteismo durante le votazioni dello scudo fiscale , quando sarebbero bastati poco meno di trenta parlamentari per mandare sotto il provvedimento del governo. Tra gli “imputati”, colpevoli di aver disertato l’aula durante la discussione delle pregiudiziali di costituzionalità del decreto legge, ci sono anche Bersani e Franceschini, oltre a Michele Meta, coordinatore della mozione Marino.

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