Simon Wiesenthal, una vita da “cacciatore di nazisti”

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Liberato da Mauthausen nel 1945, l’architetto ebreo ha dedicato la sua vita a scovare i membri delle SS e della Gestapo fuggiti dopo la fine della guerra in Sud America e Stati Uniti. Ha contribuito anche alla cattura dell’ideatore della “soluzione finale” Adolf Eichman 

È ricordato come il “cacciatore di nazisti”, ma la storia di Simon Wiesenthal è iniziata molto prima della nascita del regime di Adolf Hitler e dei crimini delle SS. L’uomo che oggi è ricordato per aver portato alla cattura di Adolf Eichman, cioè dell’ideatore della “soluzione finale”, è stato prima di tutto un semplice architetto. Ma finita la guerra, dopo essere sopravvissuto alla deportazione, ha scelto di mettere da parte la sua professione e di dedicarsi alla caccia dei nazisti scappati alla fine del conflitto. E ha inseguito storie che vanno dal Sud America al Medio Oriente.

 

Dall’infanzia alla guerra - Tutto comincia a Bučač, nell’attuale Ucraina, nel 1908, dove Wiesenthal nasce e cresce. Dopo gli studi al ginnasio, cerca di essere ammesso al Politecnico di Lvov, dove però viene respinto: ci sono quote ristrette per gli studenti ebrei come lui. La scelta ricade allora sull’università tecnica di Praga dove si laurea, nel 1932, in architettura. Wiesenthal si sposa (con Cyla Muller) e torna a Lvov, dove trova lavoro. Tutto cambia nel 1939, quando Mosca e Berlino firmano il patto di “non aggressione” e si spartiscono la Polonia. È in questo momento che, anche in territorio sovietico, iniziano le persecuzioni contro gli ebrei. Il giovane architetto perde il lavoro e riesce a salvarsi solo perché corrompe un ufficiale della polizia segreta sovietica per essere risparmiato dalla deportazione in Siberia. Ma la libertà non dura a lungo. I tedeschi invadono l'Unione Sovietica e l'accordo con Mosca salta: Wiesenthal viene quindi catturato dai nazisti e assegnato al campo di lavoro di Ostbahn, nel 1942, da cui scapperà un anno dopo, per poi essere rintracciato e rinchiuso nel campo di concentramento di Leopoli, in Ucraina. I tedeschi, però, dopo il lungo assedio nei territori sovietici, stanno perdendo la guerra e devono battere in ritirata prima che l'Armata rossa li annienti. Prendono i pochi prigionieri sopravvissuti, fra cui anche Wiesenthal, e iniziano una marcia che si concluderà nel campo di concentramento austriaco di Mauthausen, in Austria, dove l’ebreo verrà liberato dall’esercito degli Stati Uniti, il 5 maggio del 1945.  

 

La scelta di diventare “cacciatore” - Wiesenthal, al momento della liberazione, pesa 45 chili, non vede sua moglie da anni ed è convinto che sia morta. Ma non è così, e i due si rincontrano poco tempo dopo. “Quando la storia si guarderà indietro, io non voglio che le persone pensino che è stato possibile che i nazisti abbiano ucciso milioni di persone e poi l’abbiano fatta franca”, ha ripetuto più volte il sopravvissuto, una volta tornato a casa. Ed è partendo da questo presupposto che, a guerra finita, ha scelto di dedicarsi alla caccia dei criminali che si erano occupati dello sterminio degli ebrei. In un periodo storico in cui era ancora difficile realizzare quanto era successo nei campi di concentramento, Wiesenthal inizia a raccogliere documenti e informazioni sugli orrori che si erano consumati in quei luoghi. Parla con i superstiti, indaga. E, nel 1947, apre - con 30 volontari - il centro ebraico di documentazione storica, a Linz. Sette anni dopo, però, l’avventura finisce. La Guerra fredda impegna gli americani su altri fronti, e il sostegno all’iniziativa dell’architetto svanisce. 

 

La cattura di Eichman - La rete di conoscenze, nonostante le difficoltà, non si allenta. Wiesenthal viene a sapere che Adolf Eichman, l’uomo che ha organizzato e pianificato l’eliminazione sistematica degli ebrei, si trova in Argentina, dove vive sotto il falso nome di Ricardo Klement. Il “cacciatore” passa le sue informazioni ai servizi segreti israeliani, ma l’Fbi è convinto che Eichman si trovi a Damasco, in Siria. Nel 1959, però, il nazista viene rintracciato a Buenos Aires e catturato. Sarà processato in Israele e verrà condannato a morte per aver progettato nei minimi dettagli lo sterminio di milioni persone. L’esecuzione avviene il 31 maggio 1961. La cattura di Eichman è un successo e Wiesenthal decide di riaprire il suo centro, questa volta a Vienna e con uno staff ridimensionato: solo tre persone. Dagli uffici vanno e vengono ex deportati, veterani o semplici testimoni degli orrori del nazismo che, con i loro ricordi e le loro informazioni, aiutano Wiesenthal a ricostruire le storie dei colpevoli. 

 

Gli altri nazisti rintracciati - Il nuovo “ricercato numero uno”, a questo punto, è Karl Silberbauer, l’ufficiale della Gestapo responsabile di aver arrestato Anna Frank, l’ebrea olandese che ha raccontato con il suo diario il periodo trascorso con la sua famiglia nascosta dai nazisti, prima che la trovassero e la deportassero ad Auschwitz, dove è morta. Viene identificato nel 1963, mentre si trova a Vienna e lavora per la polizia, da cui viene subito sospeso. Lo stesso padre di Anna, Otto Frank, però, riconosce che “Silberbauer aveva fatto solo il suo lavoro e si era comportato bene durante l’arresto”. Per questo l’uomo è stato assolto e poi reintegrato nella polizia, all’ufficio identificazione. Ma Wiesenthal non si arrende: in quegli stessi anni individua altri 16 ufficiali delle SS e scova sia Franz Stangl, il comandante del campo di prigionia nazista di Treblinka e Sobibor, sia Franz Murer, soprannominato “il macellaio di Vilnius”, per la crudeltà con cui l’SS austriaca gestiva il ghetto della città. Stangl è stato condannato all’ergastolo ed è morto in prigione, mentre Murer è stato assolto fra le polemiche. Alla lista delle catture si è poi aggiunta quella di Hermine Braunsteiner, la donna che ha torturato centinaia di prigionieri ebrei nel campo nazista di Majdanek e che ne ha organizzato l’arrivo alle camere a gas. Braunsteiner era fuggita negli Usa alla fine della guerra e qui si era sposata, prendendo il cognome di Ryan. Rintracciata da Wiesenthal, è stata estradata e condannata all’ergastolo dopo un processo in Germania. 

 

L’eredità e la nuova missione - L’archivio dell’ebreo non è fatto solo di nomi diventati famosi. Anno dopo anno, l’elenco è cresciuto grazie alla scoperta e alla classificazione di migliaia di nominativi di persone identificate come parte della “macchina nazista”. E anche quando Wiesenthal è scomparso, nel 2005, il lavoro non si è fermato. È stato fondato un centro che porta il suo nome e che è impegnato nella lotta contro le discriminazioni. Insieme a questa struttura, sono nati due musei della tolleranza e sono rimaste le decine di medaglie conferite al “cacciatore” in tutto il mondo, da capi di Stato e attivisti. Quando si parla di Wiesenthal, ancora oggi, si parla di “un’eredità storica”. E c’è chi è già pronto a raccoglierla: il Simon Wiesenthal Center e la Targum Shlishi Foundation, infatti, hanno ideato il progetto “Operation last chance”, con cui sono impegnati a rintracciare i nazisti che ancora si nascondonoin giro per il mondo. Proprio come iniziò a fare quel giovane architetto alla fine della guerra. 

 

 

 

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