Usa 2016, l’esercito dei nuovi lavoratori: "Siamo senza tutele"

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Nonostante la disoccupazione sia tornata ai livelli pre-crisi, la campagna elettorale per le presidenziali americane ruota anche attorno al tema delle condizioni di lavoro. LO SPECIALE USA 2016

Durante l’amministrazione Obama sono stati creati 14 milioni di posti di lavoro. Un record che in pochi anni ha dimezzato la disoccupazione riportandola a livelli pre-crisi, attorno al 5% grazie, soprattutto, a una serie di incentivi fiscali importanti per le aziende disposte ad assumere e ad alzare i salari. Eppure in questa campagna elettorale il lavoro resta uno dei tempi più dibattuti. Donald Trump promette di creare 25 milioni di posti di lavoro nei prossimi dieci anni, Hillary Clinton ha già pronto il suo Jobs Plan da attuare nei primi cento giorni che punta anzitutto ad aumentare il salario minimo, ora fermo a 7,25 dollari l’ora.

 

Ma perché quando si è quasi in piena occupazione gli elettori sono ancora così sensibili alla questione? Il tasso di disoccupazione si calcola, in realtà, sulla base della forza lavoro di cui fanno parte tutte quelle persone dai 16 anni in su che o hanno un impiego o lo stanno cercando attivamente. Chi da troppo tempo è costantemente senza un lavoro viene escluso dal calcolo: nel 2010 erano 85 milioni gli americani in questa condizione oggi sono aumentati a 94 milioni. Al di là di quello che raccontano i numeri, il problema, dunque, continua a esistere e va sommato alle perplessità che restano sui tipi di lavoro che sono stati creati in questi anni.

 

A beneficiare degli incentivi, infatti, in cambio di minimi aumenti salariali sono stati soprattutto le grandi catene, dove c’è molta flessibilità e poche garanzie. Come McDonald’s che ha alzato a 10 dollari l’ora la paga minima. «È un lavoro facile da ottenere mi ha permesso di costruirmi una vita - ci spiega Keisha che da quindici anni è dietro al bancone di uno dei ristoranti della gruppo -. All’inizio era dura. Prendevo 6,50 dollari l’ora, però almeno avevo la mia paga tutte le settimane e poi se lavori sodo puoi crescere, certo devi comportarti bene, se sbagli sei fuori!» «E dopo quanto tempo si può avere un contratto più stabile, con più garanzie?» «No, nessun contratto. Si firma solo l’application». Neanche lei dopo tutti questi anni ha un contratto, perché negli Stati Uniti per certe categorie di lavoratori fa fede la domanda di assunzione che si presenta quando si viene a fare un colloquio e per eventuali contenziosi si può fare riferimento alle leggi statali che regolamentano quel settore. Un sistema che lascia grande margine di libertà al datore di lavoro e che ha permesso a determinati settori come ristoranti, catene di distribuzione e centri estetici di espandersi.


Diversa è la situazione se si guarda ad ambiti sindacalizzati come l’edilizia dove la paga per un operaio specializzato può essere dai 35 fino ai 100 dollari l’ora. «In questi anni è stata dura abbiamo licenziato persone, ora va un po’ meglio» ci spiega Brian, un capocantiere che costruisce grattaceli a New York da oltre 25 anni. Non vuole dirci per chi vota, ma lo fa capire: «Solo se avremo un Presidente capace di tagliare le tasse e privilegiare i lavoratori americani rispetto agli stranieri che non consumano la ripresa sarà duratura». Di tutt’altra opinione è invece Baptiste, un trasportatore che incontriamo di fronte a un ufficio di collocamento del Bronx. Lui voterà la Clinton perché «in questo momento non c’è ragione per non avere un lavoro in America. Funziona tutto nel modo giusto, i centri di collocamento sono di grande aiuto. Qui c’è anche una libreria a nostra disposizione e ogni volta che ho bisogno mi danno una lista lunghissima di porte a cui posso andare a bussare».
 

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