Raqqa, gli attivisti indipendenti che raccontano la vita sotto l’Isis

I due co-fondatori di RBSS ricevono l’International Press Freedom Award a New York, lo scorso 27 novembre - Getty Images
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Si chiamano Raqqa Is Being Slaughtered Silently e sono un gruppo di giornalisti siriani che documentano come si vive nella capitale dello Stato Islamico. Tra reportage, video e social media, sono diventati una delle voci più credibili sull’area, con tanto di riconoscimenti internazionali ricevuti nelle ultime settimane

Nelle ultime settimane hanno documentato la drammatica situazione dei civili costretti a vivere sotto i bombardamenti occidentali, tra decine di morti e lunghe file per procurarsi i beni di prima necessità. Prima dei raid aerei, però, l’attenzione del sito Raqqa Is Being Slaughtered Silently era tutta sulla vita nella capitale dell’Isis tra torture, uccisioni di massa e violazioni dei diritti umani. Una copertura giornalistica ad alto rischio, ma fondamentale per contrastare la gigantesca macchina della propaganda dell’Isis, bravissima ad oscillare tra video del terrore e immagini di rassicurante vita quotidiana.

Contro-propaganda
- Da quando nel gennaio del 2014 l’Isis ha trasformato la città siriana di Raqqa nel proprio quartier generale, nessuna testata giornalistica è riuscita più a coprire questa area del paese. Di fronte a questo vuoto informativo, l’unica eccezione è stata quella di Raqqa Is Being Slaughtered Silently (RBSS), gruppo di attivisti indipendenti siriani che dall’aprile del 2014 ha iniziato a documentare la situazione nella città, sia con breaking news condivise in tempo reale sui social media che attraverso più lunghe inchieste pubblicate a cadenza periodica sul sito ufficiale. Il tutto inframmezzato da testimonianze sul campo che cercano di contrastare il messaggio “Come si vive bene sotto l’Isis”.


Rischiare la vita - Non ci è voluto molto perché l’Isis definisse i fondatori di RBSS “nemici del Dio dello Stato Islamico” e iniziasse a prenderli di mira: nel maggio 2014 un membro del gruppo è stato rapito e ucciso; a ottobre 2015 un altro attivista e un suo amico sono stati raggiunti in Turchia e decapitati. L’Isis non ha poi perso occasione per rivendicare sui social media quest’ultimo omicidio, pubblicando la foto dei due ragazzi, accompagnato dal testo: “Un selfie prima di essere silenziosamente massacrati”. Questo atto di violenza, unito a molte altre minacce ricevute, non ha però fermato gli attivisti di RBSS, che anzi hanno rilanciato la loro sfida: “Noi non stiamo combattendo l’ISIS. Noi stiamo combattendo la loro ideologia dell’estremismo”, ha spiegato uno dei fondatori.

I riconoscimenti - Proprio per questa attività di contro-informazione, nelle ultime settimane i fondatori di RSBB hanno ricevuto importanti riconoscimenti internazionali: Foreign Policy li ha inclusi nella lista dei “Global Thinker” del 2015, mentre il Committee to Protect Journalist, istituzione statunitense che difende i giornalisti che lavorano in situazioni difficili, li ha premiati con l’International Press Freedom Award. “Sebbene RBSS sia noto per documentare le atrocità dello Stato Islamico - hanno scritto i giurati di CPJ - i suoi membri sono stati molto critici anche nei confronti dei bombardamenti di Assad, delle altre forze ribelli e delle morti causate dai raid statunitensi. Il gruppo si è affermato come una fonte credibile a livello internazionale”.


Come sono organizzati - In una recente intervista con la BBC, Abdalaziz Alhamza, studente di Raqqa di 24 anni che ha cofondato di RBSS, ha spiegato come sono organizzati per coprire in maniera così tempestiva uno dei più pericolosi posti al mondo. Nella città ci sono circa 18 attivisti che mandano testi, video e foto, che poi per sicurezza vengono subito cancellati dai dispositivi. I contenuti sono ricevuti da una redazione allargata di altri 10 membri che vivono fuori Raqqa e che si occupano del sito, della scrittura delle notizie, del montaggio dei video e della gestione dei social media. Per contrastare meglio la propaganda dell’Isis, nella capitale viene distribuito anche un magazine cartaceo: la copertina è la stessa di Dabiq, la rivista patinata realizzata dal califfato, ma all’interno si trovano le notizie e le foto scelte dagli attivisti di RBSS.

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