Emergenze, le raccomandazioni dell’Onu per l’uso dei social

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Dalle infografiche alla scelta appropriata degli hashtag. L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari ha pubblicato un report in cui suggerisce le linee guida per l’utilizzo di Twitter, Facebook e Instagram in caso di calamità

Hashtag standardizzati per intercettare le richieste di aiuto e canalizzare meglio le conversazioni. Ma anche infografiche per diffondere le informazioni  in maniera chiara e corretta. E campagne per l’utilizzo delle coordinate del GPS, per mappare le situazioni di rischio e verificare i contenuti condivisi dagli utenti. Sono queste alcune delle principali raccomandazioni contenute in un documento (qui in versione Pdf) diffuso nei giorni scorsi dall’OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs), organismo dell’ONU che si occupa della gestione delle crisi umanitarie in tutto il mondo.


Come si è visto durante diverse emergenze naturali recenti, i social media ormai costituiscono uno dei canali privilegiati per distribuire informazioni rilevanti. Dal sisma di Haiti, passando per l’uragano Sandy, ma anche il terremoto in Emilia e le recenti alluvioni nel Nord Italia, Twitter, Facebook e Instagram vengono sempre più spesso utilizzati per chiedere soccorso, condividere testimonianze dal basso, oltre che per restare informati in tempo reale.

Hashtag standardizzati - Il report dell’OCHA suggerisce almeno tre diversi hashtag standard da utilizzare durante un’emergenza. Il primo riguarda la località interessata dal disastro, come ad esempio #Emilia oppure #Genova. Nel caso di più località, si può utilizzare un’unica etichetta (ad esempio #Ebola), seguita dall’acronimo del paese (#EbolaLR per la Liberia, #EbolaSL per la Sierra Leone). Questo hashtag - suggerisce il report - deve essere “spinto” il più possibile dalle istituzioni e dai media, di modo che non vengano a crearsi doppioni che possano disperdere la conversazione (come è accaduto durante le recenti alluvioni nell’alessandrino, dove la Protezione Civile ha scelto un hashtag, mentre l’Arpa Piemonte un altro).
La seconda tipologia di hashtag standard riguarda, invece, la richiesta di soccorsi: la guida suggerisce di utilizzare i numeri di telefonici, come #911 negli Usa, #133 in Austria e #113 in Italia, per indirizzare tutte le richieste di aiuto attraverso i social media e così “sollecitare una risposta dalla polizia, i vigili del fuoco, l’ambulanza”. Mentre un terzo tipo di hashtag è per il “public reporting” (#PublicRep), ovvero da utilizzare per condividere testimonianze o segnalazioni dal basso, come ad esempio strade bloccate, mancanza di elettricità e palazzi caduti.

Infografiche e geolocalizzazione - Per rendere sempre meno dispersiva la comunicazione sui social media, il report consiglia alle istituzioni, alle NGO e ai media di realizzare infografiche in cui evidenziare quali sono gli hashtag da scegliere e qual è il loro utilizzo migliore. Come nel caso di questa visualizzazione realizzata durante il passaggio del tifone Haiyan nelle Filippine.


Altra raccomandazione: ricordare sempre agli utenti di attivare la geo-referenziazione dei messaggi. Si tratta di una funzionalità opzionale che in molti disattivano per motivi di privacy. Durante un’emergenza, invece, può essere molto importante risalire alla posizione esatta di un utente: sia per verificare la provenienza di un contenuto, che per operazioni di salvataggio più mirate. In ultima istanza, l’utilizzo delle coordinate Gps è utile anche per aggregare su base geografica i contenuti, come è successo ad esempio a Genova durante le ultime alluvioni o nelle Filippine lo scorso anno.


E l’Italia?
- Nel nostro paese le polemiche per lo scarso uso dei social media da parte delle istituzioni si ripetono a ogni emergenza, con i cittadini da una parte che chiedono informazioni più veloci e tempestive online, e dall’altra parte la Protezione Civile che per anni anni ha rimandato l’apertura di canali attivi su Facebook e Twitter. Di recente il Capo Dipartimento Franco Gabrielli ha replicato alle polemiche con un video-messaggio in cui chiede: “Ma cosa dovrebbe twittare il Capo Dipartimento?”. Gabrielli ha rilanciato, poi, con la sfida di una comunicazione di emergenza che “nasce dal territorio, per il territorio, da chi, non solo ne conosce i rischi e le criticità, ma nel momento dell'emergenza è in grado di fornire le informazioni fondamentali per la salvaguardia delle persone”.



Lungo questa linea, il Direttore dell'Ufficio Volontariato, Formazione e Comunicazione del Dipartimento della Protezione Civile Titti Postiglione ha chiarito che è attualmente in campo il progetto “#socialProCiv” il cui obiettivo è proprio “la stesura di linee guida, procedure e policy per l'utilizzo dei social media in ambito di protezione civile” da parte degli attori presenti sul territorio.

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