Il cosmonauta che partì sovietico e tornò russo

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L'onda lunga del crollo del muro di Berlino investe anche Sergei Krikalev. Partito dall’Unione sovietica il 18 maggio del 1991 alla volta della stazione orbitante Mir, torna il 25 marzo del 1992. E trova un nuovo Paese e una nuova bandiera

C’è un muro di Berlino anche nello spazio. Un big bang che traccia il solco tra il prima e il dopo al pari della conquista della Luna. L’onda lunga dei mattoni sbriciolati in Germania nel novembre del 1989 investe la storia e la carriera di un cosmonauta trentenne Sergei Krikalev, diventato l’ultimo cittadino dell’Unione Sovietica. La sua odissea nello spazio termina il 25 marzo del 1992, quando atterra nelle steppe del Kazakistan. Ad accoglierlo al suolo c’è un nuovo Paese e una nuova bandiera: quella della federazione russa. Pallido, esausto, sguardo teso e membra rigide, dopo oltre 300 giorni in orbita il suo rientro sulla Terra è un ritorno al futuro. Good Bye Lenin.

L'ultimo cosmonauta dell'impero - Partito dall’Unione sovietica il 18 maggio del 1991 alla volta della stazione orbitante Mir, l’ultimo cosmonauta dell’impero assiste impotente da 250 km d’altezza, ai fatti drammatici di quell’estate, in cui si consuma la dissoluzione del suo Paese. Partito nel presente si ritrova ultimo prigioniero di un passato che per mesi lo costringe in orbita, perché non c’è più nessuno a mandargli un sostituto.

Il viaggiatore nel tempo -
Per quasi un anno Krikalev resta confinato lassù, a bordo di un eremo spaziale. La stazione Mir, un nome che in russo vuol dire “pace”, da cui contempla un pianeta privo di muri o di confini. Una macchina del tempo a cui sopravvive e che gli vale, al ritorno sulla Terra, una medaglia da eroe. “Per il coraggio e l’eroismo dimostrato durante il volo spaziale prolungato sulla MIR” recita la motivazione. Sergei Krikalev infrange così il suo muro di Berlino. Con il record finale di 803 giorni oltre l’atmosfera, diventerà l’unico viaggiatore nel tempo della sua generazione.

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