Twitter fa causa al governo degli Stati Uniti

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Il sito di microblogging porta in tribunale il dipartimento della Giustizia Usa e l'FBI a causa dell’obbligo di non divulgare le richieste di informazioni che riguardano gli utenti: "Violano la libertà di espressione sancita dal primo emendamento"

di Raffaele Mastrolonardo

Da una parte Twitter, dall'altra il governo degli Stati Uniti e l'FBI. Lo scontro, in atto da tempo, trova ora una cornice formale: le aule di tribunale. Il sito di microblogging ha infatti annunciato di avere sporto denuncia nei confronti del dipartimento di Giustizia e dell'intelligence Usa. Oggetto del contendere, la possibilità da parte dell'azienda di rendere conto in modo più completo delle richieste di informazioni sui suoi utenti che arrivano dalle autorità americane in relazione a indagini che hanno a che fare con la sicurezza nazionale. Secondo Twitter, le restrizioni imposte su queste comunicazioni violano la libertà di espressione sancita dal primo emendamento della Costituzione.

Le vie legali - La decisione dell'azienda sposta su un livello più alto il contrasto tra i colossi del web e l'esecutivo emerso subito dopo le prime rivelazioni di Edward Snowden, l'ex dipendente della Cia che svelato al mondo i programmi di sorveglianza elettronica portati avanti dalla National security agency americana. Da mesi i grandi della Rete a stelle e strisce combattono per poter offrire all'opinione pubblica statistiche più dettagliate riguardo ai dati relativi agli utilizzatori dei loro servizi che sono costretti a fornire al governo. Ma gli accordi raggiunti fino ad ora sono, a giudizio di Twitter, insoddisfacenti. Di qui la scelta di rivolgersi ad una corte federale della California. “Abbiamo provato a raggiungere il livello di trasparenza che i nostri utenti meritano senza andare in tribunale, ma non ci siamo riusciti”, si legge nel blog ufficiale dell'azienda.

I limiti -  Nelle 18 pagine della denuncia (rivolta a Eric Holder, ministro della Giustizia e James Comey, capo dell'Fbi) Twitter chiede di poter superare le restrizioni alla divulgazione di dati sulle informazioni che il governo domanda alle società web adducendo motivi di sicurezza nazionale. Quasi tutti i colossi di Internet rendono note queste statistiche nei loro report sulla trasparenza. Attualmente, in virtù di un'intesa raggiunta a gennaio, possono rivelare quante richieste hanno ricevuto solo a blocchi di mille. Un livello di dettaglio inferiore non è consentito. Questo significa che, anche in caso fosse stata recapitata loro solo una domanda, Google & C dovrebbero comunque riportare la cifra “1.000”. Inoltre, i dati divulgati devono riferirsi ad almeno sei mesi prima della data di pubblicazione del report.

Intesa mancata - Twitter, che non ha partecipato all'intesa di gennaio, afferma di avere ripetutamente provato a cercare un accordo con le autorità.  Nel mese di aprile ha inviato al dipartimento della Giustizia una versione di report sulla trasparenza più completa sperando di ottenere l'approvazione a renderlo pubblico. L'autorizzazione però non è mai arrivata. “Dopo molti mesi di discussione, non siamo stati in grado di convincerli a consentirci di pubblicare anche una versione edulcorata di quel report”, ha si legge sul blog. A decidere sulla questione sarà ora un giudice. Per il sito di microblogging e le altre aziende web si tratta di un pronunciamento importante. Dopo il cosiddetto datagate, infatti, la sensibilità degli utenti sulle questioni attinenti alla privacy è aumentata e per i grandi soggetti commerciali che operano su Internet diventa sempre  più cruciale poterli rassicurare su questo aspetto. Poter dire più chiaramente se e quanto il governo chiede dati su di loro non è, da questo punto di vista, un dettaglio di poco conto.

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