Hong Kong, dilaga la protesta contro il governo

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Proseguono le manifestazioni nella città per chiedere maggiore democrazia. Appelli e sit-in da diverse nazioni. Il governo cinese: "Nessuna interferenza da parte di altri Paesi, si tratta di una questione cinese"

Dilaga la protesta a Hong Kong per chiedere maggiore democrazia (FOTO) ed eventi a sostegno dei manifestanti sono in programma in tutto il mondo, da Parigi a Toronto. Ma intanto la Cina ha intimato agli Stati Uniti e alle altre nazioni stranieri, inclusa l'ex potenza coloniale britannica, di non interferire negli affari interni di Hong Kong, perché si tratta di una questione cinese. Ignorando gli appelli del governo, migliaia di persone continuano a rimanere nelle strade e adesso Pechino si trova ad affrontare una delle sfide politiche più impegnative da piazza Tiananmen, 25 anni fa.
Lungi dal diminuire, il numero di manifestanti va crescendo di ora in ora ed ora si temono di nuovo scontri. Sfidando il rischio di raffiche di gas lacrimogeni e i manganelli, migliaia di manifestanti continuano le loro protesta e si preparano a trascorrere una seconda notte all'addiaccio.

Le richieste dei manifestanti - In un estremo tentativo di sedare gli animi, il capo dell'esecutivo, Leung Chun-ying, ha annunciato il ritiro degli agenti in assetto anti-sommossa dalle strade; e ha anche smentito le voci circolanti sui social media, di chiedere aiuto all'Esercito di Liberazione del Popolo, che staziona in una guarnigione in città. Ma la leadership del movimento protestatario non sembra intenzionata a recedere.
I manifestanti chiedono a Leung di dimettersi e che Pechino modifichi la decisione, presa il mese scorso, di voler mantenere il controllo sulle elezioni del 2017, tramite un comitato di 'fedelissimi' che supervisioni le candidature. Ma la Cina fa il muso duro: "Hong Kong è cinese. E' una regione cinese ad amministrazione speciale e gli affari di Hong Kong sono esclusivamente affari interni cinesi", ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri, a Pechino. Una reazione forse al monito arrivato poco prima dal Foreign Office londinese: Londra, potenza coloniale ma liberale fino al 1997, è preoccupata dell'escalation.

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