Ferguson: dalle foto agli hashtag, la protesta cresce online

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Dalla mani alzate alle immagini contrapposte, le campagne web sui social network stanno giocando un ruolo importante nella vicenda dell'uccisione di Michael Brown. E secondo gli esperti hanno anticipato i media nel cogliere l'importanza dell'evento

di Raffaele Mastrolonardo

Centinaia di giovani che alzano le mani in segno di resa. Insieme alle fotografie di veicoli blindati,  poliziotti in tenuta antisommossa e giornalisti malmenati, anche quella dei ragazzi con le braccia sollevate resterà probabilmente come una delle istantanee simbolo degli eventi di Ferguson, la cittadina del Missouri dove il 9 agosto scorso il 18enne Michael Brown è stato ucciso dalla polizia in circostanze ancora da chiarire. Accompagnato dall'hashtag #DontShoot, lo scatto è infatti parte di una campagna Web lanciata in risposta alla morte del teenager. La mobilitazione virtuale, che ha presto guadagnato popolarità in Rete ma anche fuori, è uno degli esempi del ruolo giocato dal Web nella vicenda dell'uccisione del ragazzo. Come hanno notato studiosi e osservatori, i social media hanno contribuito a dare risalto a quanto accaduto cogliendone la portata prima dei media tradizionali e dando una spinta decisiva perché diventasse una notizia nazionale e globale.


“Non sparate”
- L'immagine, che mostra centinaia di studenti della Howard University con le mani alzate, è stata retwittata oltre 14 mila volte a distanza di poche ore dalla pubblicazione. Come hanno raccontato i rappresentanti degli studenti, è stata scattata dopo che, nel corso di un incontro, una di loro aveva riferito delle circostanze della morte di Brown. Secondo alcune testimonianze, infatti, prima di essere raggiunta dai colpi di arma da fuoco della polizia la vittima avrebbe alzato le mani mostrando la volontà di consegnarsi alle autorità. Di qui il gesto di solidarietà dei ragazzi che si è presto diffuso fuori e dentro il web coinvolgendo, fra gli altri, cantanti, insegnanti e bambini. Qualcuno si è spinto fino a paragonare l'immagine alla celebre foto dei due atleti statunitensi di colore Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968.


Quale foto? - Ma l'hashatag #DontShoot (“non sparate”), non è l'unico ad avere contribuito in questi giorni ad aumentare l'attenzione su Ferguson e a modificare la narrazione della vicenda. Anche la campagna #IfTheyGunnedMeDown (“se mi avessero sparato”) ha ricevuto la sua dose di popolarità virtuale stimolando un dibattito sugli stereotipi razziali che possono essere inconsapevolmente veicolati dai media. Bersaglio della mobilitazione in questo caso è stata la foto di Brown utilizzata da alcune testate che, secondo alcuni, potrebbe lasciare intendere l'appartenenza del ragazzo ad una gang.


La risposta a questa scelta editoriale giudicata viziata da pregiudizi si è concretizzata in una serie di tweet che mettono a confronto differenti immagini di uno stesso utente. Le foto contrappongono i soggetti in diversi momenti della loro vita (la laurea e una riunione tra amici, una posa aggressiva e una in divisa) rivelando come la scelta di uno scatto piuttosto che un altro non sia affatto neutra.




Notizia globale – E' anche grazie a simili campagne virtuali che la notizia della morte di Brown ha avuto un'eco globale su Twitter. Come mostra una mappa interattiva realizzata da Simon Rogers, scienziato dei dati presso il social network che cinguetta, le menzioni di “Ferguson” e altri termini rilevanti in relazione all'evento hanno cominciato a crescere nel sud-est degli Stati Uniti il 10 agosto, il giorno dopo l'uccisione di Michael Brown, e si sono estese al resto del Paese e alla Gran Bretagna nelle 48 ore successive. Dal 14 agosto in poi la notizia è diventata pienamente globale con picchi di interesse che si registrano, tra le altre zone, anche in Medio Oriente.

La mappa dei Tweet



Le analisi – Il ruolo di Twitter non è passato inosservato ed è stato più volte sottolineato in questi giorni dagli studiosi e dagli osservatori dell'evoluzione di media e social media. Per David Carr del New York Times, che in passato era stato moderatamente critico sull'attivismo digitale portato avanti a colpi di hashtag, gli utenti della piattaforma hanno preceduto i media tradizionali nel cogliere la portata di quanto stava succedendo. Quando sui grandi canali via cavo l'intervento della polizia era ancora una news tra le altre, “il web crepitava con una e una sola storia”. I media tradizionali non ci hanno messo molto ad aggiustare il tiro e a “mettere al centro della scena” la “risposta militarizzata a quello che era per lo più un esercizio non violento di libertà di espressione”, scrive Carr. Ma per questo mutamento in corsa, secondo il giornalista, “dobbiamo ringraziare Twitter, spesso deriso come una piattaforma di banalità ma che è diventata molto di più nell'era dell'informazione non stop”.
Per la sociologa Zeynep Tufekci i social media e il web hanno cambiato il contesto e le aspettative dell'opinione pubblica in relazioni ad eventi come quello di Ferguson e per questo sono diventati uno strumento centrale per la diffusione di informazione su situazioni che in altre epoche sarebbero forse rimaste confinate in una dimensione locale. “Sembra un altro mondo quello in cui questi luoghi e questi incidenti potevano rimasti sepolti nel silenzio anche se, ovviamente, i residenti erano a conoscenza della loro situazione ignorata. Ora ci aspettiamo documentazione, streaming video, aggiornamenti costanti e tweet in tempo reale”.

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