Gaza, la guerra si combatte anche sui social media

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Hamas e le forze di difesa israeliane, ma anche semplici utenti o militanti delle due cause: tra propaganda e testimonianze, il conflitto in Medio Oriente è narrato anche sui social network

di Raffaele Mastrolonardo

Bombardamenti aerei, truppe di terra e missili sulle città. La guerra di Gaza, che ha già provocato 630 morti palestinesi e 28 israeliani, continua sul campo e prosegue anche sui social media. Entrambe le parti in causa, l'esercito israeliano e Hamas, usano infatti il web come luogo per convincere le opinioni pubbliche internazionali sulla bontà delle rispettive cause. Ma anche le popolazioni locali e i semplici utenti prendono parte alla narrazione condividendo più che mai foto e riportando testimonianze dal campo. Il risultato, seppur a volte inquinato da immagini false e informazioni inattendibili, è che gli osservatori esterni hanno un accesso senza precedenti al teatro della guerra e alle motivazioni dei contendenti. Con la conseguenza che la sensibilità verso il conflitto di chi guarda muta anche grazie a questo flusso caotico di informazioni.

Le truppe virtuali della stella di David – Che Israele e Hamas ricorrano a Internet e ai social media per guadagnare consenso non è una novità. L'IDF, le forze armate israeliane, conta ormai oltre 330 mila seguaci su Twitter e circa 980 mila “mi piace” su Facebook e l'uso che fa di queste piattaforme è costante e variegato.  Gli account vengono utilizzati per fornire notizie puntuali sulle operazioni (per esempio, l'avvio delle azioni di terra documentato su Twitter e YouTube), per  giustificare l'attacco (magari descrivendo con immagini dove Hamas nasconde i suoi razzi) o anche per spingere gli utenti a identificarsi con la situazione degli israeliani.


Non mancano infine le infografiche a cui l'IDF ricorre per sintetizzare i risultati delle operazioni o tenere il conto dei razzi lanciati dai nemici (uno ogni 10 minuti, secondo i conteggi israeliani). Inoltre, pur di non perdere la battaglia dei social media l'esercito della stella di David non rinuncia a pagare per dare più visibilità ad alcuni di suoi tweet.

Social Hamas – Meno strutturato l'arsenale virtuale di Hamas, anche perché il gruppo islamista negli anni ha avuto non pochi problemi con le piattaforme social che spesso hanno bloccato o sospeso gli account del suo braccio militare costringendolo a passare da una denominazione all'altra. Anche una delle ultime incarnazioni in lingua inglese, QassamFeed, attiva all'inizio del conflitto, è ora irraggiungibile. Prima della chiusura veniva utilizzato dai militanti del gruppo per diffondere immagini delle conseguenze degli attacchi israeliani su edifici e civili, in particolare bambini. In certi casi, come nota la BBC, i cinguettii del gruppo correggevano o bollavano come false le informazioni riportate dall'account Twitter del nemico. Che Hamas sia assai consapevole del ruolo giocato dai social network in situazioni di conflitto lo dimostra anche il fatto che il ministero degli Interni della fazione che governa la Striscia di Gaza, ha diramato delle linee guida sull'uso dei social media rivolte a giornalisti, attivisti e cittadini. Fra le indicazioni offerte, quella di iniziare ogni notizia su azioni di resistenza con la frase “in risposta al crudele attacco israeliano”, oppure di evitare toni emotivi quando si discute con interlocutori occidentali, usando invece argomenti razionali.

I “civili” in campo – Ma in campo non ci sono solo gli account organizzati e ufficiali dei contendenti. Un ruolo preponderante lo giocano i semplici utenti, sia quelli dichiaratamente schierati con una delle due parti in causa sia quelli più neutrali. Sul fronte israeliano, per esempio, sono attivi gruppi di giovani impegnati a diffondere meme, immagini o video a supporto del loro Paese. Come riporta il New York Times, tra questi ci sono 400 studenti universitari dell'Interdisciplinary Center di Herzliya che hanno messo a punto una sorta di “centro di propaganda” per contrastare l'azione palestinese su Facebook e Twitter


Nel frattempo, parecchi utenti della rete israeliani condividono le loro sensazioni sull'applicazione Whisper. Molte sono anche le testimoniante che arrivano sui social media direttamente da Gaza e che offrono un'idea della vita sotto i bombardamenti. Tra queste, un video che sembra mostrare in diretta gli effetti di un'azione aerea a Rafah.



Oppure un racconto su cosa significa avere 10 minuti di tempo per evacuare la propria abitazione prima di un'azione militare.



Attenti al falso - Certo, come già accaduto in altre situazione (in Ucraina o in Venezuela, per esempio) le informazioni pubblicate sul web non sono tutte veritiere. Come ha notato tra i primi il quotidiano francese Libération, alcune delle immagini che più hanno colpito gli utenti dei social media nei primi giorni del conflitto non documentano quello che sta avvenendo a Gaza in queste settimane. Nel caso di un gruppo di foto assai condivise su Twitter, si tratterebbe di scene che si riferiscono alla Siria, all'Iraq e alla stessa Gaza ma nel 2012.

Chi vince? - Fatte queste avvertenze, è innegabile che l'accesso alle informazioni dal campo reso possibile dai social media sta giocando un ruolo nel confitto. Ma a favore di chi? Secondo alcune analisi, finora, sarebbero Hamas e i palestinesi in generale ad avere catturato maggiormente la simpatia e il supporto dell'opinione pubblica. Dal punto di vista meramente numerico, per esempio, l'hashtag #GazaUnderAttack è stato utilizzato molto più del rivale #IsraelUnderFire: oltre 4 milioni e 400 mila volte contro 213 mila volte. Non è solo questione di cifre, ma anche dell'effetto di immagini e notizie che catturano l'attenzione e la sensibilità degli osservatori esterni. Come nota la New York Magazine, la presenza più massiccia di giornalisti a Gaza durante questa operazione ha permesso al pubblico internazionale di “avere un accesso più completo al terrore che prende una popolazione sotto attacco militare”. Spesso sono gli stessi reporter a  fornire notizie di prima mano sui social media che rivelano le sofferenze dei palestinesi.


In certi casi, le immagini scattate dai foto-reporter sul campo sono state ampiamente diffuse anche sui media sociali diventando in certi casi il simbolo del conflitto.


Il risultato, come sottolinea il magazine online americano Mashable, è che più di altre volte “il conflitto decennale può essere visto anche attraverso gli occhi di coloro che vivono lì”. Secondo il giornalista Paul Mason di Channel 4 News, è “evidente chi sta vincendo la guerra dei social media a Gaza”, ovvero i palestinesi.

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