Tienanmen, un attivista: "La battaglia è ancora in corso"

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25esimo anniversario della protesta che cambiò la Cina. Il regime blinda la città. "Pechino vuole che la gente non sappia", dice a Sky TG24 uno dei leader della rivolta ancora oggi in esilio

Misure di sicurezza imponenti a Pechino, con centinaia di membri delle forze dell'ordine e della polizia paramilitare dispiegati lungo le vie che portano in piazza Tienanmen, e controlli severissimi sui documenti di turisti, passanti e qualunque straniero con borse e zaini. Si presenta così la zona nei dintorni del sito che costituisce il centro storico e politico della capitale cinese, simbolo delle contestazioni studentesche a favore delle riforme che venticinque anni fa furono represse nel sangue dall'Esercito.

Pechino vuole che la gente non sappia - Venticinque anni dopo il massacro del 4 giugno 1989, Pechino cerca di prevenire ogni tentativo di ricordare la strage di studenti e operai. Ma, dice a Sky TG24 Wuer Kaixi, uno dei giovani leader della protesta, ancora oggi in esilio, "la battaglia è ancora in corso". E aggiunge: "Io sono ancora il ricercato numero uno del governo cinese. Eppure, ogni volta che cerco di costituirmi presso le nostre ambasciate mi consegnano alla polizia locale. Io sono pronto ad affrontare un processo, è il nostro governo che evidentemente non lo è".

Pochi i riferimenti sui giornali - Pochissimi i riferimenti ai fatti del 1989 sulla stampa
locale in lingue inglese. Il tabloid Global Times pubblicato dal Quotidiano del Popolo, organo ufficiale del Partito Comunista Cinese, scrive in un editoriale che "la società in Cina non ha mai dimenticato l'incidente di 25 anni fa, ma il non parlarne indica l'atteggiamento" collettivo riguardo ai fatti di allora. Come ribadito ancora dal ministero degli Esteri, per il regime cinese la strage di piazza Tienanmen (definita culmine di un periodo di "disordini politici") rappresenta un capitolo della storia recente su cui il partito "ha raggiunto una conclusione" già alla fine degli anni '80.

Dalai Lama "leader si pentano per strage" - E nel giorno dell'anniversario della strage  il Dalai Lama ha rilasciato un raro commento in cui ha chiesto ai leader cinesi di "pentirsi" di quei massacri e ha lanciato un appello per riforme democratiche. "Prego per i martiri, coloro che sono morti per la libertà, per la democrazia e per i diritti umani", ha dichiarato il leader spirituale tibetano a Initiatives for China, un gruppo con base a Washington che sostiene una transizione democratica pacifica in Cina.

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