Egitto, altre 683 condanne a morte per Fratelli musulmani

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Il tribunale di Minya ha condannato i sostenitori del deposto presidente Morsi, accusati di violenze e scontri durante una manifestazione. Tra loro anche il leader spirituale. A marzo erano state decise 529 pene capitali: 492 ridotte a ergastolo

Il tribunale di Minya in Alto Egitto, in prima istanza, ha condannato a morte 683 militanti dei Fratelli musulmani, fedeli al deposto presidente Mohamed Morsi. Tra loro, anche il leader spirituale Mohamed Badie. Lo hanno riferito fonti della magistratura egiziana. Il caso, poi, è stato deferito al Gran Mufti d'Egitto, nell'ambito del processo contro oltre 1.200 sostenitori della confraternita. Il prossimo 21 giugno, dopo averne ricevuto il parere, verrà emesso il secondo verdetto.

La stessa corte di Minya ha attenuato 492 condanne a morte delle 529 sentenze comminate a marzo a sostenitori pro Morsi, trasformando la maggior parte in ergastolo. Per 37 persone, invece, è stata confermata la pena capitale: i loro legali hanno annunciato che ricorreranno in Cassazione.

Le sentenze di condanna a morte sono state accolte da lacrime, urla di disperazione e svenimenti dalle decine di donne che aspettavano davanti al tribunale. Le forze di sicurezza sono intervenute per impedire che le circa 200 persone presenti provocassero disordini. Tensione anche all’Università di Minya: testimoni hanno riferito che la polizia ha usato i gas lacrimogeni per impedire che centinaia di studenti scendessero in strada e bloccassero l'autostrada Cairo-Assuan. I Fratelli musulmani hanno deciso di organizzare una serie di grandi cortei per protestare contro le condanne.

La maggior parte degli accusati sono contumaci. Sono accusati di violenze e scontri avvenuti a Minya lo scorso 14 agosto durante una manifestazione non autorizzata. Il processo nei confronti degli oltre 1.200 pro Morsi era iniziato il 22 marzo e due giorni dopo il giudice aveva deciso di condannare a morte una prima tranche (529) e aveva sottoposto il caso, che ha sollevato proteste internazionali, al Gran Mufti.

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