Turchia, continua il blocco di Twitter e YouTube

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All’indomani delle amministrative vinte da Erdogan, il governo non ha ancora ripristinato i servizi di social media. Mentre le tecniche di censura diventano sempre più sofisticate, un portavoce del partito al governo si dice disposto al dialogo

di Nicola Bruno

Prima è stato Twitter, il cui blocco è stato aggirato senza molti problemi da migliaia di utenti. Poi è arrivato YouTube, e questa volta le autorità non si sono fatte trovare impreparate, ma hanno adottato tecniche più sofisticate di deviazione del traffico Internet. In tutto ciò, proprio alla vigilia delle elezioni locali che hanno confermato la tenuta del primo ministro Recep Tayyip Erdoğan (e su cui pesa, secondo le denunce dell'opposizione, l'ombra di brogli), un tribunale turco ha dichiarato illegale la censura di Twitter. E, dopo il responso delle urne, un portavoce dell’AKP si è detto disponibile a sedersi intorno a un tavolo con Twitter e YouTube per rendere di nuovo disponibili i servizi.

Deviazione del traffico - Nei giorni scorsi hanno fatto molto discutere la denuncia di Google secondo cui le autorità turche hanno bloccato YouTube attraverso una tecnica di “DNS tampering”. Si tratta di una forma di intercettazione e deviazione del traffico Internet che non solo permette di vietare facilmente l’accesso ai siti online, ma anche di tenere traccia delle attività degli utenti (come, ad esempio, le parole chiave inserite).
Quando digitiamo www.twitter.com nel browser, il nostro computer si mette in contatto con un server DNS che costituisce una sorta di “rubrica telefonica” in grado di tradurre questa serie di lettere in una sequenza di numeri che costituiscono l’indirizzo IP vero e proprio (ad esempio, 199.59.149.198). In un primo momento le autorità turche hanno bloccato Twitter semplicemente reindirizzando verso un altro indirizzo IP chi digitava www.twitter.com. E’ bastato poco, però, perché gli utenti si accorgessero che bastava cambiare i server DNS del proprio fornitore di connettività con quelli di Google, OpenDNS o Level3 per raggiungere lo stesso il servizio di microblogging. E, infatti, questo metodo è presto diventato virale, finendo addirittura scritto sulle mura di Istanbul.
Quando, però, lo scorso sabato le autorità hanno deciso di bloccare anche YouTube, è stata scelta una forma di filtro più sofisticata. Questa volta hanno deciso di prendere di mira proprio i servizi alternativi di DNS, deviando tutte le richieste di connessione effettuate attraverso Google DNS, Open DNS e Level 3 sui server di TurkTelecom, il più grande fornitore telefonico locale. Come ha spiegato un analista di Renesys al Wall Street Journal, TurkTelecom ha sviluppato un sistema di routing interno che identifica le richieste “www.youtube.com” provenienti dai DNS di Google, Level 3 e OpenDNS e li devia verso un indirizzo IP falso.
Questa forma di intercettazione del traffico verso YouTube è stata confermata anche dagli analisti della compagnia di sicurezza informatica BGPMon, che hanno sottolineato come un simile metodo non sia molto diffuso, “ad eccezione della Cina, dove l’abbiamo visto in azione molte volte”.


Aperti al dialogo - La scorsa settimana un tribunale di Istanbul ha respinto il blocco di Twitter, specificando che “la libertà di parola e di espressione (…) sono diritti fondamentali sotto la protezione della Costituzione”. Ma il servizio di microblogging ha continuato (e continua tuttora) a essere inaccessibile per molti turchi. All’indomani del test elettorale, il portavoce del partito AFK ha comunque dichiarato che è stato avviato un “dialogo costruttivo” con Twitter e che c’è la volontà di ripristinare il servizio a patto che non vengano calpestate le leggi locali. “Se la diffamazione e la pubblicazione di dettagli delle vite private sono perseguibili sui media tradizionali, perché non dovrebbero esserlo anche sui social media?”, ha spiegato il portavoce, aggiungendo che “se Twitter e YouTube decidono di aprire una sede in Turchia o di inviare i loro legali qui, dando vita a un meccanismo di confronto attraverso cui le autorità possono contattarli in caso di necessità, il blocco può essere revocato immediatamente. In caso contrario, continuerà”.
Come ben dimostra questa mappa realizzata dalla rivista Mother Jones, la Turchia va così ad aggiungersi alla lista dei paesi che attualmente censurano i social media: Iran, Pakistan, Cina, Vietnam, Corea del Nord, Eritrea.


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