Unlock Iran, la vita di un prigioniero vista attraverso Fb

Uno screenshot tratto dal sito del progetto Unlock IRan.
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Il progetto dell'Iran Human Rights Documentation Center permette di trasformare il proprio account sul social network in quello di un utente perseguitato da Teheran. Non è la prima volta che una Ong ricorre ad una campagna che gioca sull'immedesimazione

di Raffaele Mastrolonardo

Un amico di Facebook l'ha appena saputo e mi offre aiuto. Un altro pubblica un attestato di solidarietà, un altro ancora annuncia il lancio di una petizione per chiedere la mia liberazione. Intanto, come mostra una foto appena pubblicata, centinaia di persone sono scese in piazza per protestare contro una sentenza che ritengono ingiusta. Il 16 marzo scorso, infatti, sono stato condannato a 11 anni da scontare nella prigione di Evin nel nord ovest di Teheran. Anche questa informazione, come le altre appena citate, appare sulla mia bacheca di Facebook, o meglio sulla bacheca così come è stata modificata dal progetto digitale Unlock Iran.
Promossa dall'Iran Human Rights Documentation Center (IHRDC), un centro di documentazione sui diritti umani nel Paese mediorientale, l'iniziativa permette a chiunque abbia un account del social network di Mark Zuckerberg di osservare la sua timeline come se fosse quella in una delle oltre 800 persone che il governo iraniano ha messo in prigione per le loro idee politiche, il loro stile di vita o semplicemente la professione che svolgono. L'obiettivo, come ha spiegato in un'intervista a Forbes, Gissou Nia, direttore dell'IHRDC, è rendere la questione “comprensibile per un'audience globale e avvezza al mondo digitale”, informandola attraverso una “piattaforma che sia visivamente stimolante e che possa piacere alle masse”.

Storie di attivisti – Il cuore del progetto, che ha anche un'appendice su Instagram, è dunque il meccanismo di immedesimazione che propone, ma c'è di più. Il sito offre infatti, sempre visualizzate attraverso delle simil-timeline di Facebook, le storie di 10 prigionieri iraniani. Si tratta di vicende reali scelte per il loro valore simbolico. C'è il blogger (Hossein Ronaghi Maleki, che sta scontando 15 anni di prigione), lo studente (Majid Tavakoli, condannato a 8 anni e mezzo), la femminista (Bahareh Hedayat, 9 anni e mezzo) di cui sono narrate, attraverso testi, immagini e video, le vite e gli eventi che hanno portato alla condanna. Di Bahareh Hedayat scopriamo per esempio, che è nata nel 1981 ed è stata sempre attiva nei movimenti studenteschi. Nel 2005 ha fondato un'associazione per promuovere l'attività e le pubblicazioni delle donne nell'università iraniane. Nell'aprile 2008 si è sposata e due anni dopo è stata arrestata e condannata a 5 anni per “cospirazione contro la sicurezza nazionale”, a due per “insulti alla Guida suprema” e ad altri due per avere partecipato ad un'adunata di donne che protestavano contro leggi considerate discriminatorie. Altri 6 mesi, infine, le sono stati comminati per avere “insultato il presidente”. Privata dei suoi diritti di base (per esempio, poter vedere il marito), Hedayat soffre, si legge su Unlock Iran, di problemi di salute che potrebbero aggravarsi senza adeguate cure.

I diritti umani – Le storie, nelle intenzioni dei promotori del progetto, dovrebbero servire a illuminare e sensibilizzare sulla condizione degli 840 individui detenuti in Iran per avere esercitato quelli che, altrove, sono considerati diritti. Secondo la documentazione proposta dall'IHRDC, che ha anche lanciato una petizione in proposito, la maggior parte di costoro (359) appartengono a minoranze etniche, un numero sostanzioso è in prigione in quanto membro di una minoranza religiosa (216), mentre gli attivisti politici sono 77 e le donne 49. “Sono stati fatti sforzi negli spazi sociali di lingua persiana per creare piattaforme visivamente coinvolgenti, lo stesso non è ancora avvenuto avendo in mente il pubblico internazionale. Questa è la prima iniziativa in tal senso”, ha spiegato Nia.

I precedenti - Quello sfruttato da Unlock Iran è un meccanismo già adottato in passato per campagne pubblicitarie o di sensibilizzazione che sfruttano il Web. Si usano le informazioni degli utenti raccolte tramite l'applicazione Facebook Connect per coinvolgerli maggiormente e personalizzare il messaggio. Pionieristico in questo senso è stato TakeThisLollipop, progetto realizzato senza nessun fine specifico, che costruisce una sorta di film dell'orrore in cui la vittima è proprio il titolare dell'account e in cui lo scenario è costruito anche attraverso le informazioni raccolte dalla sua timeline. Anche il produttore di microprocessori Intel ha usato un approccio simile in The Museum of Me, iniziativa che rappresenta la vita su Facebook di una persona come se fosse messa in mostra in un museo. Tra le organizzazioni non governative, la filiale neozelandese di Amnesty International lo scorso anno ha lanciato Trial By Timeline, un progetto che raccoglie dati di Facebook dell'utente ed elenca i Paesi nei quali rischierebbe l'incriminazione per attività, opinioni o scelte di vita che nella nazione australe, considerata la più libera del mondo, sono perfettamente legali.

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