Siria, rapita da Al Qaeda: “Come vuoi morire?”

Il particolare della copertina del libro edito da Castelvecchi
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Susan Dabbous, la giornalista italo-siriana sequestrata lo scorso anno insieme a tre colleghi, racconta gli undici giorni di prigionia in un libro edito da Castelvecchi. Nell’estratto un dialogo con Miriam, moglie di uno jihadista, sua carceriera

di Susan Dabbous

Giorno sette

Qual è la tua morte preferita?

«Susan, qual è la tua morte preferita?». Quella tenera voce di bambina riesce sempre a modellarsi su parole insospettabili che rompono il silenzio quando meno te lo aspetti. Come fa Miriam a chiedere certe cose?
«Io sogno di poter morire o durante la preghiera o mentre leggo il Corano», dice con occhi estasiati rivolti al cielo. Non so cosa rispondere, se non la verità.
«Non ho paura della morte, ma sinceramente non ho mai pensato a come mi piacerebbe morire». Basta, cosa aggiungere? Che noi abbiamo la cultura della vita e non della morte, che per noi morire è una cosa brutta anche se crediamo al paradiso, o meglio, ci riserviamo di crederci all’ultimo minuto.
«Ma tu, Miriam, non hai mai paura di rimanere sola, non hai paura che tuo marito muoia in combattimento?».
«Sì, certo che ho paura, altrimenti non lo amerei. Ho paura di sentire la sua mancanza, ho paura di crescere un bambino da sola. Ma la gioia di saperlo in paradiso sarebbe talmente grande da compensare ogni tristezza. Per questo prego ogni giorno, ogni momento. Il paradiso è un posto bellissimo dove finalmente troveremo giustizia e potremo vedere il profeta Mohammed, pace su di lui».
«Anch’io credo nel paradiso».
«Tu non sai niente del paradiso, perché sei cresciuta in Occidente, anche in molti Paesi islamici l’interpretazione della religione è sbagliata. Non lo vedi come trattano i musulmani in Afghanistan, in Iraq? Li obbligano sempre ad essere sottomessi agli Stati Uniti che sono in guerra contro l’islam».
«Perché credi che gli Stati Uniti odino l’islam?».
«Una volta Obama ha detto: “Non capisco davvero le persone che hanno il culto della morte”. Ma si vede che non ha capito nulla di noi perché per noi non adoriamo la morte ma il paradiso, e la morte è il mezzo per raggiungerlo». Miriam aggiunge che prima del giorno del giudizio ci sarà uno spirito maligno, un jinn, che travestito da cristiano cercherà di dissuadere i fedeli musulmani dalla fede. Proporrà loro di seguirlo come un nuovo messia, mostrerà prodigi e farà miracoli per farsi credere. Ma è un tranello e chi abbandonerà la vera fede per seguirlo andrà all’inferno.

«Ma nell’islam il suicidio è peccato, perché i ragazzi che si fanno esplodere dovrebbero andare in paradiso?», chiedo con tono non provocatorio.
«No, il martire non compie un suicidio ma un atto di generosità verso Dio, combattendo i suoi nemici».
«Però a causa di queste esplosioni muoiono anche tante persone innocenti, persone che magari si trovano a passare nel luogo dell’attentato per caso».
«Anche loro sono shahid, martiri, Dio osserva tutto. La morte violenta di un innocente musulmano apre sempre le porte del paradiso».
La sua risposta non mi stupisce affatto, avevo già sentito questa teoria del «male necessario»: uccidere civili per uccidere nemici di Dio porta a un azzeramento dell’atto malvagio. C’è una sorta di neutralizzazione del peccato.
«Ma perché siete venuti proprio in Siria?».
«I siriani sono fratelli e sorelle che hanno bisogno del nostro aiuto. Invece di ignorarli, preoccupandoci solo di noi stessi, delle nostre famiglie, abbiamo deciso di lasciare tutto e venire qui per aiutare, perché ogni giorno che passa muoiono più musulmani innocenti a causa del regime di Bashar al-Assad».
«Sai che per quello che state facendo in Siria siete giudicati come terroristi?».
«Susan, non ragionare come loro, guarda le cose come sono realmente, siamo venuti qui per aiutare, non abbiamo invaso nessuna terra, non abbiamo toccato le proprietà private, le case, il cibo. I nostri uomini non violentano le donne, non uccidono deliberatamente. Noi non facciamo queste cose. I bravi musulmani non fanno queste cose. Le nostre azioni sono solo difensive. Sono loro che hanno usato la violenza per primi».
«Loro chi?».
«Gli americani, gli ebrei, gli alawiti di Assad. Sono loro i nemici dell’islam. Loro uccidono e massacrano i civili: in Iraq, in Afghanistan, in Palestina, in Siria, ma agli occhi dell’Occidente i terroristi siamo noi».

«Non ti manca mai la Tunisia? La tua famiglia?».
«La mia famiglia ora è mio marito. Da quando sono qui non ho mai telefonato ai miei genitori, mando solo dei messaggi ogni tanto per informarli che siamo vivi. Penso spesso a mia sorella. È più piccola di me, vorrebbe studiare informatica all’università di Tunisi, come ho fatto io, ma le studentesse che portano il niqab, il velo integrale, vengono discriminate, per questo ha deciso di lasciar perdere. Spero che un giorno, presto, la Tunisia cambi. Spero che diventi un luogo dove i musulmani possono vivere la religione liberamente».
Vorrei dirle che i musulmani vivono in pace nei Paesi dove c’è pace. Nei Paesi dove le persone invasate come suo marito sono in carcere. Ma non c’è spazio per le mie opinioni, non posso scambiare questo dialogo per un confronto alla pari. Io sono l’ostaggio e conosco bene i perimetri di questa conversazione. Vorrei dirle: non avete invaso nessuna terra, non avete violato la proprietà privata, nessuna casa? E allora che ci fai in questo appartamento? Chi l’ha comprata questa casa, Miriam? Tuo marito, con un mutuo? Questa è la casa di una famiglia siriana che ha abbandonato il villaggio a causa dei combattimenti selvaggi. Siete venuti qui a giocare a marito e moglie, come due ventenni incoscienti, avete occupato una casa che non è vostra e ai miei occhi di siriana più che terroristi siete dei parassiti.

Tratto da Come vuoi morire? di Susan Dabbous, Castelvecchi 2014.
© 2014 Lit edizioni Srl
Per gentile concessione dell'Editore

Susan Dabbous. È una giornalista italo-siriana, che collabora con diverse testate italiane, tra cui «Avvenire». Nel 2012, assieme al regista Alessio Cremonini, ha scritto la sceneggiatura di Border, film basato sulla storia vera di due sorelle che fuggono dalla Siria. Vive tra Beirut e Gerusalemme e segue gli eventi mediorientali dal marzo 2011. I reportage da lei firmati nel giugno di quell’anno come inviata dal confine turco-siriano sono stati i primi della stampa italiana a offrire un resoconto sugli oppositori del regime di Damasco. Nell’agosto 2012 ha raccontato la radicalizzazione dei conflitti dopo l’arrivo di alcuni gruppi jihadisti affiliati ad al-Qaeda.

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