Siria, viaggio nel campo profughi di Zaatari

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E' il secondo più grande al mondo e ospita circa 20mila bambini sotto i 5 anni. Heiam ha lasciato con marito, figli e nipoti l'inferno di Homs: "Mi mancano i profumi della mia terra" dice. VIDEO

di Tiziana Prezzo

A Zaatari (la mappa) i colori sono merce rara. Bisogna andare a stanarli, nei pertugi, nelle pieghe di una distesa sconfinata di tende bianche, su una terra che non sembra neanche desertica, ma addirittura lunare. Il verde che si vede all'orizzonte, prima di entrare in questo che è il secondo campo profughi più grande al mondo, appartiene alla vicina Siria, distante da questa realtà giordana che ora ospita 104mila anime solo una manciata di chilometri: dodici, a voler essere precisi. E' quel verde che rende umidi gli occhi di Abu Fayiz, 30 anni e un passato da contadino nelle campagne intorno a Daraa, lì dove si verificarono le prime sollevazioni ormai 3 anni fa.

Abu Fayiz, 30 anni, vive in un container - Risponde alle nostre domande in maniera tranquilla, sintetica, senza commuoversi neanche quando ci descrive la sua nuova vita in un container, messogli a disposizione, all'interno del campo, dall'Unhcr, dopo più di un anno passato in tenda a dispetto del freddo invernale. Il piccolo Fayiz, che gli gira intorno, sta perdendo memoria del suo paese di origine, ed è lui a ricordarglielo. Abu ha un solo cedimento, proprio quando gli chiediamo del verde della sua terra. Allora scuote lentamente la testa, fa schioccare la lingua e oscillare la mano destra accanto al volto, in un gesto comune a tutte le genti del mediterraneo. Come a dire: non hai idea di cosa stiamo parlando.

Heiam: mi mancano i profumi della mia terra - La struggente nostalgia che cogliamo in lui è la stessa che ritroviamo in Heiam, il volto ormai sfiorito dagli anni, ma un sorriso e degli occhi così eloquenti che ciò che ci vuol comunicare non ha quasi bisogno di traduzioni. Heiam ha lasciato con marito, figli e nipoti l'inferno di Homs. Ha abbandonato la sua casa e i terreni coltivati in tutta fretta. "In famiglia parliamo della Siria di giorno e di notte. Mi mancano i profumi della mia terra", ci dice sospirando e la passione che ci mette nel raccontarlo dà il senso del vuoto enorme che si è creato nel suo animo. In 9 vivono ora nella cittadina giordana di Mafraq, in due stanze senza riscaldamento, dove l'acqua entra appena piove un po'. Non ci sono mobili, ma solo materassi a terra e un tappeto sul quale dormire la notte. In tempi normali un giordano non avrebbe pagato per l'affitto più di 70 Dinari. Heiam e la sua famiglia ne spendono 250 al mese. Mentre ci racconta di come sia arrivata al confine con le scarpe ormai consumate, e di come li' abbia dovuto attendere un mese prima di poter passare, tiene in braccio il nipotino Youssef. Da quando aveva 4 mesi, il piccolo non ha più visto suo padre, finito in una delle carceri del regime. La nuora di Heiam, Rim, le siede accanto, mentre accarezza gli altri due figli piccoli:un maschio e una femmina.

Nel campo profughi ci sono 20mila bimbi sotto i cinque anni - La prima cosa che colpisce quando si entra in contatto con un realtà come questa è il numero impressionante di bambini presenti. Sono ovunque e sempre in movimento. Dentro il campo profughi ce ne sono circa 20mila sotto i cinque anni. Di questi, si stima che almeno 700 siano nati al suo interno. Sono loro gli sfortunati appartenenti a una generazione che rischia di essere spazzata via da una guerra di cui non si vede la fine. Di loro si occupa una ong internazionale come Save the children, l'organizzazione non governativa col più alto numero di attività all'interno di Zaatari. Quest'ultima è riuscita a istituire tre asili, capaci di ospitare quasi duemila bambini. Un numero certo importante, ma sicuramente non sufficiente alle necessità di quella che, in meno di due anni, e' diventata, nei fatti, la quinta città della Giordania.
Di problematiche gravi e irrisolte ce ne sono diverse dentro Zaatari. Dalla mancanza generale di sicurezza, al rischio alto di abusi sulle donne, dal proliferare del mercato nero, alla piaga dei matrimoni precoci forzati e dello sfruttamento del lavoro minorile. Con una situazione che diventa di giorno in giorno più drammatica in Siria, il numero di profughi nei paesi confinanti non può che aumentare. Secondo le ultime stime dell'Alto commissariato, i rifugiati avrebbero superato ormai quota due milioni e mezzo. "I burocrati commettono l'errore di ragionare per numeri" e' l'amaro commento di Saba al Mobaslat, responsabile dei progetti di Save the children in Giordania, "invece non bisognerebbe mai dimenticare che dietro un numero c'è un dramma, una storia unica".

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