"Paga o prega": l'istruzione cattolica (gratuita) firmata Uk

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A Londra le scuole religiose sono spesso statali, senza oneri e - come racconta Caterina Soffici in Italia yes, Italia no (Feltrinelli) - "mediamente sono migliori delle altre, quindi la corsa per entrare è all’arma bianca". L'ESTRATTO

di Caterina Soffici

“Pay or pray,” dicono. “Paga o prega” riassume l’alternativa di qualità ai costi proibitivi delle private. Benvenuti nella lotteria delle scuole cattoliche di Londra, che sono statali e gratuite. Sembra il mondo alla rovescia, eppure è così. Mediamente sono migliori delle altre statali, quindi la corsa per entrare, anche in questo caso, è all’arma bianca.
Al London Oratory di Fulham, la migliore, la più famosa, quella dove mandava i figli il cattolico convertito Tony Blair, nel 2011 le domande erano 851 per 160 posti. Nel 2012 sono salite a oltre 900. Solo 1 su 5 ce la fa. Con quale criterio? Per noi neofiti è tutto da scoprire. Nello stanzone ci sono un centinaio di persone. Il pavimento è di linoleum, grandi finestroni, tutto moderno, pulito e ordinato. Sulla parete in fondo troneggia un grosso crocifisso di legno chiaro. Le sedie pieghevoli sono ben allineate. Qui la situazione, rispetto alla privata dell’altro giorno, è più variegata. C’è qualche famiglia Alpha, quelle non mancano mai. Ma poche, per fortuna. Sembrano perlopiù normali famiglie inglesi, piccola e media borghesia. Poi qualche filippino. E sudamericani, spagnoli, polacchi, francesi. Parecchi italiani e irlandesi, ovvio. È una scuola supercattolica, noi italiani siamo ben rappresentati, qui. Davanti a me è seduta una grassona dai capelli fulvi. Scommetto che è irlandese. Capelli così rossi sono un indizio inequivocabile. La punto perché mi ricorda Agnes Browne, la strepitosa mamma dei romanzi dello scrittore irlandese Brendan O’Carroll, divertentissima, piena di vita, vedova di un ubriacone e con sette mocciosi da crescere. Se solo la grassona avesse un decimo della simpatia di Agnes, non me la voglio far scappare. Ha in collo un ragazzino, se ne trascina dietro un altro, rosso pure lui, di una decina d’anni. Ha risposto al telefono già tre volte.

Dai frammenti di conversazione capisco che un altro figlio ha perso le chiavi. Lei lo liquida veloce: “Ho da fare, aspetta fuori”. Se sei stupido stai al freddo, è la sintesi del concetto. Quando il telefonino squilla di nuovo, lo mette sul silenzioso e non risponde. Non è una madre Alpha, di sicuro. Il preside fa la sua presentazione. Come tutti gli headmasters delle scuole inglesi è molto fiero della sua creatura e delle creature che la frequentano. Tratteggia il ritratto di una scuola meravigliosa, dove tutti sono buoni e si aiutano a vicenda.
Dice che qui i ragazzi vengono cresciuti nel rispetto dei valori cattolici, della fratellanza, dell’amicizia, dell’assistenza ai più deboli. Eccetera, eccetera. Nel silenzio della sala le sue parole rimbombano: “Qui vogliamo formare degli uomini a tutto tondo, e non vi aspettate che vi dia una lista dei numeri e delle percentuali di quanti dei nostri studenti ogni anno entrano a Oxford e a Cambridge. Non è quello che ci interessa, non è questo il nostro scopo. Noi siamo una scuola cattolica, e diamo la priorità ai valori”. È una mezza verità.

La realtà è molto più prosaica: la maggior parte dei genitori raccolti in questa sala è molto, ma molto più interessata ai dati sugli ingressi di Oxford e Cambridge, che ai valori cattolici. Un tizio seduto accanto a me compulsa una tabella scaricata dal sito della scuola con le statistiche, le graduatorie e le votazioni di ciascun allievo, presente e passato.
Gli chiedo se posso dare un’occhiata. C’è tutto. Anche la lista completa, con nome cognome e facoltà, degli studenti ammessi a Oxford e a Cambridge nel decennio 2001-2011. Il picco massimo è nel 2007, con 14 ragazzi che hanno raggiunto il top, il minimo nel 2010, con solo 3 ammessi. La media è di sei o sette ogni anno, bassa rispetto alle top schools private, altissima se la confrontiamo con le altre scuole statali. L’istinto mi dice che la fulva grassona è la persona giusta per farsi dare tutte le informazioni del caso. Decido di non perderla di vista, troverò il modo di parlarle. È il momento della visita guidata alla scuola. L’istituto è suddiviso in vari edifici, occupa un intero isolato. Dentro ci stanno 1370 ragazzi. Attraversiamo corridoi, saliamo scale, perlustriamo.
I nostri ciceroni sono i ragazzi dell’ultimo anno. I maschi hanno l’uniforme nera, le femmine un blazer a righe.

Questa è una scuola maschile, ma la modernità inizia a fare breccia anche nel sistema scolastico inglese e gli ultimi due anni perfino all’Oratory, come in molte altre scuole unisex, arrivano le ragazze. Entriamo nelle aule, ammiriamo laboratori di tecnologia con un sacco di computer e aule di scienze piene di beccucci, provette, alunni con il camice bianco, gli occhiali di plexiglass e i guanti di gomma. Sembra di stare dentro al “Piccolo chimico”. Mio figlio e quello della grassona guardano incuriositi. Mai visto niente del genere in nessuna scuola italiana. Vanno tra i banchi, si parlano. Bene, il primo passo è avviato. Agnes è alla mia portata. E infatti è lei ad attaccare discorso. Da dove veniamo, perché siamo qui, da dove viene, perché è qui.
Ci ho azzeccato a metà: non è irlandese, è inglesissima ma è cattolica e ha cinque figli, una femmina e quattro maschi che sta provando a piazzare al London Oratory. Senza nessun imbarazzo inizia a parlare di soldi. Cinque figli ai prezzi delle private di Londra significano come minimo 75.000 sterline l’anno, ossia 150.000 al lordo delle tasse. Impossibile per lei (che ha smesso di lavorare all’arrivo del terzo) e il marito, che pure è un avvocato. O riesce a trovare una scuola pubblica, o a luglio si trasferiscono in campagna, dove è più facile. La campagna inglese è piena di paesi e cittadine con buone o ottime scuole statali, sia primarie che secondarie. Dice che il marito farà il pendolare, è disposto a trasferirsi in una cintura fino a un’ora e mezzo di treno. Come abitare ad Arezzo e andare a lavorare a Roma, penso. Come fare il pendolare da Torino a Milano tutti i giorni. Ma a Londra è abbastanza normale fare commuting.

Per entrare in scuole tipo l’Oratory c’è ancora più ressa che nelle altre. Ogni cosa gratuita, nella città tra le più care del mondo, ha la sua irresistibile attrattiva. La scuola confessionale è il modo più economico per garantirsi un’educazione di qualità. Secondo l’Ofsted, l’agenzia di Sua Maestà che recensisce annualmente le scuole del Regno, gli istituti cattolici risultano costantemente al di sopra della media nazionale sotto ogni punto di vista (istruzione, apprendimento, cura della persona, stile di vita, sicurezza, sviluppo sociale, morale e culturale degli allievi).
Anche per il cibo, seppure l’olezzo che sale per la tromba delle scale potrebbe indurre a pensarla altrimenti. Invece pare sia cibo più sano di quello che danno nelle altre statali. Secondo gli ispettori scolastici, nel 70 per cento delle scuole gestite dai cattolici la qualità dell’insegnamento e la preparazione degli alunni sono risultate superiori alla media degli altri istituti. Il binomio di due aggettivi “gratuito” e “buono” associato alla parola “scuola” scatena nei londinesi istinti irrefrenabili. C’è davvero del miracoloso nel numero di folgorazioni religiose sulla via di Londra. Se ne sentono di ogni tipo. Atei dichiarati che dal primo anno di vita del pargolo iniziano a frequentare assiduamente la parrocchia di quartiere. Miscredenti e mangiapreti che di punto in bianco iscrivono i figli al catechismo. Cattolici tiepidi e non praticanti (quelli che prima del finding the school mettevano piede in chiesa solo per i battesimi, i matrimoni e i funerali) improvvisamente riscoprono un intenso interesse per le Sacre scritture, gli incontri parrocchiali e le funzioni religiose. “Pay or pray”, appunto.
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

Tratto da Caterina Soffici, Italia yes, Italia no, Feltrinelli, pp.142, euro 14

Caterina Soffici, giornalista e scrittrice, vive tra Londra e l’Italia. Scrive di cultura, attualità e varia umanità per “Il Fatto Quotidiano” , “Il Sole 24 Ore” e “Vanity Fair”. Ha lavorato per quotidiani, settimanali, trasmissioni televisive e programmi radio. Nel 2010 si è trasferita a Londra con la famiglia. Da Feltrinelli ha pubblicato Ma le donne no (2010) e Italia yes Italia no. Che cosa capisci del nostro paese se vivi a Londra (2014).

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