Siria, le prigioni del regime raccontate da un sopravvissuto

Homs, Siria
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"Aver espresso propositi ostili al regime": con quest'accusa Mustafa Khalifa è finito per tredici anni nelle carceri di Hafiz Al-Assad. La sua storia è diventata un romanzo autobiografico (La Conchiglia, Castelvecchi). L'ESTRATTO

di Mustafa Khalifa

20 aprile

Sono rimasto un attimo a osservare, dalla scala dell’aereo, gli edifici dell’aeroporto e le luci in lontananza: le luci della mia città. Un istante stupendo. Quindi sono sceso. Con la valigia e il passaporto in mano, mi sentivo sereno, rilassato, come ogni viaggiatore che torni alla propria casa e ai propri luoghi familiari dopo una lunga assenza. L’impiegato mi ha chiesto di attendere.
Ha controllato il mio passaporto, quindi ha frugato nelle carte che aveva davanti. Mi ha chiesto di nuovo di aspettare, e ho aspettato.
Due agenti di polizia mi hanno ritirato il passaporto, pregandomi, in un tono un po’ troppo gentile, di seguirli. Con la mia valigia, che non avrei mai più rivisto, ci siamo avviati, su un’auto della polizia, lungo la strada dell’aeroporto. Guardavo il bagliore ai lati della strada: vedevo avvicinarsi le luci della mia città. Mi sono voltato verso il poliziotto seduto al mio fianco.

«Cosa succede? Perché queste formalità?». Ha messo l’indice sulle labbra, senza proferire parola. Voleva che tacessi, e ho taciuto. Dall’aeroporto siamo arrivati a quell’edificio sinistro al centro della capitale. Un viaggio nello spazio. E poi i tredici anni a venire.
Un viaggio nel tempo. In seguito ho saputo che un tale, uno studente che era con noi a Parigi, aveva inviato un rapporto ai servizi segreti per i quali lavorava. Secondo quel rapporto, avevo espresso propositi ostili al regime e pronunciato frasi offensive nei riguardi del Presidente. Un crimine gravissimo, equivalente all’alto tradimento, o peggio ancora. Questo era accaduto tre anni prima del mio ritorno da Parigi. Così mi avevano condotto in quel palazzo al centro della città, non lontano da casa nostra.
Lo conoscevo bene, vi ero passato davanti tante volte.
A quell’epoca ero affascinato dalla sua aura di mistero e da tutte quelle guardie che lo circondavano. I due poliziotti mi scortavano. Oltrepassata la soglia, incamminandoci per il lungo corridoio, mi hanno afferrato per le braccia. In fondo al corridoio un giovane si è messo a gridare, vedendoci: «Salve, Musa! E questo chi è? Un rosso o un verde?». «Sono tutti la stessa merda». Un altro corridoio. Una scala. Un corridoio al primo piano. Una stanza sulla destra… Colpi battuti a una porta… Una voce all’interno: «Entra». Il mio accompagnatore ha aperto la porta in silenzio, quindi ha battuto i talloni con un colpo secco. «I miei rispetti, Sidi. Questo è un ricercato che abbiamo prelevato all’aeroporto, Sidi». Le mie narici percepivano un odore particolare, un odore che esiste soltanto negli uffici dei servizi segreti. In realtà si tratta di un miscuglio di effluvi: profumi di marche diverse, sigarette di lusso, sudore umano, tanfo di piedi. Tutto questo mescolato al sentore della tortura, della sofferenza umana, al lezzo della crudeltà. Mentre l’odore saliva alle narici sentivo crescere la paura, il terrore: questo provavo in quel momento, anche se mi dicevo che doveva di certo esserci un errore.

Un gigante si è girato verso di noi: aveva i capelli bianchi e un viso rossastro. Ai suoi piedi ho scorto un ragazzo accovacciato, gli occhi bendati. «Portatelo da Abu Ramzat», ha detto il gigante. I due accompagnatori mi hanno afferrato con palese brutalità, questa volta. Ancora corridoi, ancora scale. L’edificio, che appariva così piccolo dall’esterno, all’interno sembrava sconfinato.
Durante il tragitto udivo urla, invocazioni di aiuto. Man mano che avanzavamo, le grida diventavano sempre più forti, più nitide. Siamo scesi, credo, in uno scantinato. Uno dei miei accompagnatori ha aperto una porta: ho visto il luogo da cui provenivano le grida. Un urlo di terrore mi è sfuggito: sul pavimento, incastrato nel copertone di un’auto, le gambe all’aria, un uomo aveva appena ricevuto un colpo di catena sui piedi. Ho sentito tremare la cosa tra le mie cosce. Agghiacciato, fissavo la catena nera sollevarsi per poi abbattersi sui piedi del giovane incastrato nel copertone nero, quindi allontanarsi facendo schizzare gocce di sangue e brandelli di carne insanguinata, quando un urlo bestiale mi ha lasciato di sasso, pietrificato. In un angolo della stanza ho visto un uomo dalla faccia violacea, congestionata, con la schiuma alle labbra. «Bendalo, pezzo d’asino!».

Uno dei miei accompagnatori compie due balzi, uno in avanti e uno all’indietro, e mi appiccica qualcosa sugli occhi, una benda attaccata al cranio con un elastico. Da quel momento, non vedo più nulla.
«Mettetelo contro il muro». Una spinta alla schiena, un colpo alla nuca. Le mani dietro di me, avanzo a forza. Quando la mia testa sfiora la parete, mi fermo. «Mani in alto, lurido cane!». Sollevo le mani. «Alza la gamba destra, resta in piedi sulla sinistra, figlio di puttana». Alzo la gamba destra e rimango su un piede solo. Alle mie spalle, tutto continua come prima. Sento il sibilo della catena, lo schianto che produce nell’impatto con i piedi, la voce del giovane che geme, l’ansito del carnefice, posso quasi distinguere il rumore dei brandelli di carne che avevo visto schizzare dappertutto.

Suoni, rumori: per un cieco l’udito è tutto. La comoda poltrona all’aeroporto di Orly, Suzanne, le bibite fresche, la birra, il morbido sedile dell’aereo, la bella hostess tutta garbo e delicatezza, i succhi di frutta, il tè… La mia gamba sinistra, che regge tutto il mio peso, comincia a stancarsi. Se cambiassi gamba, il tipo dalla faccia congestionata se ne accorgerebbe? E se se ne accorgesse, cosa farebbe? La gamba è anchilosata.
Una cosa insopportabile. Corro il rischio… Cambio gamba! Non accade nulla. Nessuno se ne è reso conto. Provo un senso di vittoria. In seguito, dopo tanti anni di galera, ho scoperto che, nell’eterna lotta tra il prigioniero e il suo carceriere, tutte le vittorie del primo sono di questo tipo. Il tempo scorre pesante… pesante… Il sentimento prevalente è l’incredulità. Che cosa sta succedendo? Perché mi trovo qui? Migliaia di domande.

Cerco di appoggiarmi al muro con la mano: lo tocco con la punta delle dita. D’un tratto, il giovane infilato nel copertone inizia a urlare: «Basta, Sidi… Basta, la supplico, in nome di Dio, non ne posso più! Dirò tutto».
Con calma, in tono vittorioso, l’uomo dalla faccia congestionata dice: «Basta così, Ibrahim… Lascialo stare. Tiralo fuori da lì e portalo dal comandante». Lo sento parlare la telefono con il comandante. Mi dico: «Adesso tocca a me». In effetti, sento l’uomo dalla faccia rossastra abbassare il ricevitore e gridare: «Ayyub, ehi, Ayyub…». «Sì, Sidi». «Vieni a occuparti di questo cliente».
Sento Ayyub alle mie spalle. «Mettilo nel copertone. Coraggio, sbrigati». Ho l’impressione che siano almeno in cinque ad afferrarmi e a gettarmi a terra.
© 2012 Mustafa Khalifa Traduzione dall’arabo di Federica Pistono © 2014 Lit Edizioni Srl

Tratto da Mustafa Khalifa, La Conchiglia. I miei anni nelle prigioni siriane, traduzione di Federica Pistono, Castelvecchi, pp. 238, euro 18,50

Mustafa Khalifa nato nel 1948 a Jarablous (Siria), termina gli studi alla Facoltà di Diritto dell’Università di Damasco nel 1977 ma, perseguitato dai servizi segreti e costretto alla clandestinità, dovrà attendere vent’anni per ottenere la laurea. Viene arrestato per la prima volta nel 1979 e liberato nel 1980, dal gennaio del 1981 trascorre tredici anni nelle prigioni siriane. Nel 2005 è stato costretto a fuggire dal suo Paese.

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