Da Secret a Wut, i social network diventano “segreti”

L'home page del sito di Secret, una delle app che permettono conversazioni anonime.
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Per reagire alle minacce della sorveglianza di massa e all'invadenza della super-condivisione nascono sempre più applicazioni e servizi che permettono agli utenti di comunicare mantenendo l'anonimato o comunque tutelando meglio la propria riservatezza

di Raffaele Mastrolonardo

Anonimato garantito, messaggi e foto che si autodistruggono e conversazioni con pochi intimi accuratamente selezionati. Sarà la paura della sorveglianza elettronica di massa rivelata da Edward Snowden o l'ebbrezza di poter dire e fare cose online senza essere riconosciuti, fatto sta che se fino a poco tempo fa la condivisione digitale smodata e libera delle nostre vite sembrava la norma, ora pare non sia più così. Nel senso che esistono alternative. A dimostrarlo è il crescente numero di app di messaggeria istantanea e interazione sociale che promettono a chi le usa un maggiore controllo della riservatezza personale fino al completo oscuramento dell'identità. E se è difficile dire quanto successo avranno, gli esperti suggeriscono che probabilmente è in atto un cambio di atteggiamento da parte delle persone.

Tutto si distrugge - La prima avvisaglia di questa trasformazione era arrivata da Snapchat, l'app che permette di condividere via smartphone foto che si autodistruggono e che dichiara di avere ormai raggiunto 400 milioni di messaggi scambiati al giorno. L'azienda ha rifiutato un'offerta di acquisizione da 3 miliardi di dollari da parte di Facebook e, col suo successo, ha dato il via ad una tendenza. Tra chi spera di emularla c'è Confide, una app che  permette di scambiarsi messaggini che si autocancellano dopo la lettura. L'idea dichiarata è quella di replicare in digitale il tipo di conversazioni che avvengono nel mondo reale, la maggior parte delle quali, dalle chiacchierate di persona alle telefonate, non restano archiviate. Stessa filosofia per Telegram, altra app di instant messaging, che però offre opzioni leggermente differenti. Le comunicazioni sono crittografate e il servizio - che afferma di non avere fini commerciali e si qualifica come non profit- permette di impostare le cosiddette “chat segrete”: conversazioni con un livello ulteriore di sicurezza in cui si può anche fissare in anticipo per quanto tempo la discussione sarà archiviata prima di autodistruggersi.

Identità nascoste -  Ma non è solo la messaggistica istantanea che va alla ricerca di maggiore riservatezza. Anche i social network, a quanto pare, ci provano. Tra i più chiacchierati al momento c'è Secret, assai di moda in questi giorni nella Silicon Valley. Consente di spettegolare su chiunque con la garanzia dell'anonimato anche se, per rendere il tutto più intrigante, qualche indizio lo fornisce. E' possibile, per esempio, sapere se il gossip è stato originato da un amico o dall'amico di un amico. Se poi il messaggio è diventato così popolare da poter essere visto da tutti, il sistema permette di conoscere la localizzazione della persona che lo ha postato. Non troppe informazioni, insomma, ma abbastanza per incuriosire e invitare l'utente a rimuginare sull'identità del pettegolo di turno e delle sue vittime. Approccio analogo, ma dichiaratamente più giocoso, quello di Wut. Come su Facebook si possono condividere gli aggiornamenti di stato con gli amici. Solo che, a meno che non lo espliciti, l'autore è destinato a restare anonimo e agli amici non resta che cercare di indovinare la paternità dell'informazione. Come hanno spiegato al New York Times gli autori dell'app, i messaggi non sono conservati a lungo sui server del servizio che è pensato come “un social network molto leggero e informale”.

Cambi di rotta – Lungo simili direzioni viaggiano altre applicazioni, da Popcorn Messaging, che unisce anonimato e geolocalizzazione, a Whisper, con cui ci si confessa senza rivelarsi. E c'è persino Blackphone, un telefono che verrà presentato a fine febbraio tutto incentrato sulla protezione della riservatezza individuale. Insomma qualcosa sta cambiando rispetto a 5 anni fa quando Eric Schmidt, allora amministratore delegato di Google, difendeva la sua azienda dall'accusa di invadenza sostenendo che se qualcuno ha qualcosa da nascondere forse non dovrebbe proprio fare quella cosa. Più o meno nello steso periodo Mark Zuckerberg affermava che le persone ormai non hanno problemi a condividere sempre più informazioni perché “la [privacy come] norma sociale è qualcosa che si è evoluto nel tempo”.
Paradossalmente, il fondatore di Facebook aveva ragione. Solo che  – dicono gli esperti - l'evoluzione non va in una direzione sola e gli utilizzatori di Internet ora sembrano volere indietro un po' della riservatezza perduta. “Facebook e altre imprese del web hanno sostenuto che la privacy era morta e che si stavano solo adeguando alle esigenze degli utenti. In realtà erano loro stesse a spronare perché si andasse in quella direzione”, spiega Paola Tubaro, ricercatrice presso la University of Greenwich a Londra e co-autrice del recente libro Against the hypothesis of the end of privacy. “Ma di fronte a questa spinta nel tempo sono cresciute le reazioni degli utenti che hanno reclamato un po' della propria riservatezza. La recente proliferazione di servizi come Snapchat può essere considerata parte di questo andamento ciclico che, secondo noi, caratterizza l'atteggiamento verso la privacy”.

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