Turchia, ancora polemiche sulla libertà di informazione

Istanbul, un dimostrante tiene in mano un cartello durante le manifestazioni contro la nuova legge sul controllo delle informazioni online - Getty Images
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Proseguono i contrasti dopo che il parlamento ha approvato norme che gli oppositori definiscono una “censura su Internet” . E il premier Erdogan ribatte: “La Turchia è molto più libera di praticamente tutti i Paesi Ue”

di Raffaele Mastrolonardo

La polemica va avanti da giorni, da quando su Internet sono state pubblicate (e poi rimosse) le registrazioni degli "ordini" impartiti per telefono dal premier, Recep Tayyip Erdogan, a direttori di giornali e tv per fare cambiare una notizia sullo schermo o togliere un articolo. Polemiche che seguono alle proteste (di piazza e sui social network) della scorsa settimana contro una legge accusata di censurare il web.
Il provvedimento, votato dal parlamento il 6 febbraio, consente alle autorità il blocco dell'accesso a determinati contenuti digitali senza la richiesta di un giudice e impone agli operatori la conservazione dei dati delle attività online degli utenti per due anni. Per gli oppositori è la fine della Rete libera.

Erdogan: Turchia paese libero - Per il premier Recep Erdogan è un passo necessario e indolore. “La Turchia è molto più libera di praticamente tutti i Paesi Ue”, ha detto mercoledì. Il giorno prima aveva negato che le restrizioni configurino una forma di censura ribadendo che hanno l'obiettivo di contrastare il “cyber-bullismo” e impedire “ricatti” da parte dei nemici. Tuttavia, secondo alcuni osservatori le ultime mosse dell'esecutivo rischiano di “gettare altra benzina sul fuoco della polarizzazione politica e dei sentimenti anti-governativi” in un Paese che, secondo alcune stime, vanta la più alta penetrazione di Twitter e dove la diffusione di Internet ha raggiunto il 50 per cento, con più di due terzi degli utenti che hanno meno di 35 anni. E anche le organizzazioni di giornalisti denunciano da tempo la situazione critica della libertà di stampa in Turchia. La settimana scorsa è stato espulso un giornalista di Zaman, di nazionalità azera, per alcuni tweet critici verso Erdogan.

Proteste contro censura sul web - La reazione al voto parlamentare è stata immediata. Su Twitter gli hashtag #TürkiyedeİnternetSansürü e #InternetCensorshipinTurkey sono stati twittati, complessivamente, oltre 650 mila volte. Nel corso del weekend successivo al voto alcune migliaia persone sono scese in piazza a Istanbul. Secondo gli oppositori della legge, si tratta di misure che mettono a rischio la libertà della Rete e dimostrano il carattere autoritario di Erdogan.




Misure più severe – Per Erdogan, in base alle nuove norme, “nessuno sarà intercettato” e “nessuno avrà i propri dati personali immagazzinati, e nessuno vedrà violata la sua libertà”. Tuttavia, le nuove regole inaspriscono ulteriormente la normativa sulla libertà di espressione online, già considerata assai severa dopo gli interventi legislativi del 2007. In base alle norme vigenti servizi di blogging come WordPress e piattaforme di condivisione video come DailyMotion e Vimeo sono stati temporaneamente bloccati su ordine dei tribunali, mentre YouTube è rimasto inaccessibile per due anni fino al 2010. E dopo il voto del Parlamento, l'autorità delle telecomunicazioni turca potrà ordinare di disabilitare, senza richiesta preventiva da parte di un giudice, l'accesso a singole pagine di siti che si ritenga violino la normativa sulla privacy o pubblichino contenuti giudicati “insultanti”. I fornitori di servizi Internet avranno 4 ore per adempiere all'ordine. Gli stessi fornitori dovranno inoltre conservare le informazioni sulle attività dei loro utenti per oltre due anni e metterle a disposizione dell'autorità. Per gli oppositori c'è il rischio che la libertà in Rete diventi presto un ricordo.


L'importanza del web – Il sospetto degli attivisti è che il giro di vite sia strumentale a ridurre la voce di un'opinione pubblica digitale che si è fatta assai rumorosa. La legge è stata votata dopo che l'informazione online e i social media hanno giocato un ruolo importante  nelle proteste di Gezi Park della primavera scorsa e nello scandalo che il dicembre scorso ha investito il governo portando all'avvicendamento di 10 ministri.
Come ricorda il Cpj, associazione per la protezione dei giornalisti nel mondo, nel 2013 il governo turco ha effettuato 1.673 richieste di rimozione di contenuti a Google, tre volte tante quelle di qualsiasi altro governo. In questa situazione le speranze degli attivisti per la libertà di espressione ricadono sul presidente Abdullah Gül, lui stesso molto attivo sui social media, che ha la possibilità di porre il veto sul provvedimento. I suoi poteri sono però limitati. Se il parlamento votasse nuovamente la legge così com'è, sarebbe costretto a ratificarla.


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