Un anno fa la rinuncia di Benedetto XVI

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L'11 febbraio 2013, alle 10.41, Papa Ratzinger annunciava l'addio al Pontificato. E oggi afferma: "Sono legato da identità di vedute e amicizia di cuore a Papa Francesco. Mio ultimo compito è sostenerlo nella preghiera"

Un anno fa, la mattina dell'11 febbraio, Benedetto XVI, parlando sommessamente in latino ai cardinali riuniti nella Sala del Concistoro, ha annunciato al mondo la sua rinuncia al Pontificato (il testo integrale). Erano le 10 e 41, quando Joseph Ratzinger scrisse un nuovo capitolo della Storia della Chiesa; è stato il primo ad abdicare  da sei secoli, dall'epoca del Grande scisma d'Occidente.

Da lì a poco, la sera del 28 febbraio, avrebbe lasciato il soglio di Pietro, aprendo così la "sede vacante", per ragioni legate all'età - 86 anni - e al calo delle forze fisiche, necessarie a tenere con polso saldo le ardue redini del cattolicesimo mondiale, reduce allora dalle tempeste dello scandalo pedofilia e della stagione Vatileaks. Lo faceva appunto "per il bene della Chiesa". Il Papa tedesco, fine teologo, successore di un gigante della fede come Giovanni Paolo II che lui stesso aveva proclamato beato, adduceva per il suo storico gesto ragioni strettamente personali.

Così Papa Francesco ricorda il suo predecessore.

Da un anno a questa parte l'aggettivo "storico" si è sprecato nelle cronache vaticane. "Storico", oltre alla rinuncia di Ratzinger, è stato molto di quello che è venuto dopo: il volo del Papa che lascia il Vaticano in elicottero e sorvola l'Urbe per ritirarsi, ormai "emerito", nella residenza di Castel Gandolfo, il cui portone chiuso sembra diventare il sigillo sulla fine di un'era; la successiva elezione di un Papa che è contemporaneamente il primo gesuita sul soglio di Pietro, il primo sudamericano, il primo a chiamarsi Francesco; la "coabitazione", anche questa senza precedenti, di due Papi in Vaticano; per non dire le innumerevoli novità che il "ciclone" Bergoglio ha portato sia nell'immagine che nella sostanza stessa del papato, di cui nella "Evangelii gaudium" - suo vero manifesto programmatico - egli ha auspicato una "conversione", nel segno dei tanti valori di "povertà", di missionarietà, di decentramento dei poteri e dei compiti, di "apertura" ai bisogni del mondo e delle "periferie esistenziali".

Oggi Joseph Ratzinger, in una lettera rivelata dal teologo Kung, e ripresa dall'Osservatore Romano nell'Anniversario dell'annuncio, dice: "Sono  legato da identità  di vedute e amicizia di cuore a Papa Francesco. Oggi vedo come mio unico e ultimo compito sostenere il suo Pontificato nella preghiera".

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