#NotAMartyr, la protesta "selfie" dei giovani libanesi

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Dopo l’attentato in cui hanno perso la vita l’ex ministro Shatta e altre 4 persone, sui social media è partita una campagna con autoscatti e l’hashtag “non sono un martire”. Il riferimento è a un ragazzo ucciso dall’esplosione. LO STORIFY

di Nicola Bruno

Il mezzo scelto è quello dei selfie, gli autoscatti realizzati con i telefonini. Ma questa volta non c’entra nulla il narcisismo online degli utenti o delle celebrities, quanto la rabbia della nuova generazione libanese che ha deciso di non rimanere in silenzio di fronte all’ennesimo attentato che ha colpito la capitale.
Tutto è iniziato dopo l’attentato a Beirut del 27 dicembre 2013. Quando un’autobomba è esplosa nel centro della capitale libanese, uccidendo l’ex ministro libanese Mohammed Shatta.
Insieme all'ex ministro sono morte altre 4 persone che si trovavano nei dintorni. Tra questi, c’era anche un ragazzo di 16 anni, Mohammad Chaar, indicato da alcuni come un “martire”. La definizione non è piaciuta a un gruppo di blogger e attivisti libanesi che hanno creato una pagina Facebook e hanno iniziato a pubblicare una serie di tweet con l'hashtag #notamartyr, per sottolineare proprio la distanza da una società in cui "si vive nella paura, in cui si può morire come un martire".
C’è chi condivide la frustrazione di vivere in un paese violento, chi accusa la classe politica e chi rivendica la mancanza di diritti civili.

Ecco lo Storify in cui raccontiamo come è nata la protesta e segnaliamo alcuni dei selfie più interessanti.

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