Dieci anni fa la cattura di Saddam. Iraq ancora nel caos

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Il 13 dicembre del 2003 il raìs veniva trovato dai soldati Usa nascosto in una buca sotterranea, ma a distanza di anni la spirale di violenza non si ferma. Nel 2013 6mila persone sono morte in attentati e attacchi armati in tutto il Paese. VIDEO

Nascosto in una buca sotterranea, capelli lunghi e barba incolta: così Saddam Hussein, il presidente iracheno che aveva promesso di combattere ad oltranza contro le truppe d'invasione, fu trovato il 13 dicembre del 2003 dai soldati americani. Ma dieci anni dopo la sua cattura l'Iraq non è ancora uscito dall'incubo della violenza settaria, che anzi si è aggravata negli ultimi mesi come conseguenza del conflitto nella vicina Siria.

Circa 6.000 persone sono morte dall'inizio di quest'anno in attentati e attacchi armati in tutto il Paese, mentre le autobomba continuano ad esplodere anche nel centro di Baghdad. E il forte aumento della produzione petrolifera, che ha portato l'Iraq a competere con l'Iran per il posto di secondo esportatore dell'Opec dopo l'Arabia Saudita, non ha risolto i gravi problemi economici e sociali del Paese, alle prese con la disoccupazione e una corruzione molto diffusa.

Saddam, catturato nell'operazione 'Alba Rossa' dalle forze americane senza sparare un colpo, sarebbe finito impiccato nel dicembre del 2006 dopo essere stato condannato per crimini contro l'umanità. Per nascondersi dopo la caduta di Baghdad aveva scelto il villaggio di Adwar, a una quindicina di chilometri da Tikrit, il feudo del suo clan. Ma l'eredità della sua dittatura ha continuato a pesare su un Paese in cui i sunniti, confessione a cui apparteneva, sembrano non rassegnarsi alla presa del potere da parte della maggioranza sciita, di cui fa parte il premier Nuri al Maliki, buon alleato dell'Iran, l'arcinemico della guerra di otto anni, combattuta dal 1980 al 1988.

Gli attentati di Al Qaida - o ad essa attribuiti - contro la comunità sciita continuano a insanguinare il Paese, mentre le autorità temono il ritorno dei fedelissimi del partito Baath di Saddam. Dall'inizio dell'anno grandi manifestazioni contro Maliki si svolgono nelle regioni a maggioranza sunnita, specie in quella occidentale dell'Anbar, confinante con la Siria, dove lo Stato islamico dell'Iraq e del Levane (Isis), branca di Al Qaida, mantiene le sue basi di appoggio per le operazioni nel vicino Paese.

Dalla caduta del regime di Saddam quasi 120.000 persone hanno perso la vita nelle violenze. E sebbene la situazione sia oggi migliore di quella del periodo che vide un conflitto aperto tra sunniti e sciiti tra il 2006 e il 2007, sono forti i timori che l'incendio in cui oggi brucia la Siria si propaghi a tutto l'Iraq. A preoccupare sono anche le tensioni tra il governo centrale e le autorità della regione autonoma del Kurdistan. A tutto questo si aggiunge il dramma dei cristiani iracheni, che erano un milione e mezzo sotto il vecchio regime, ma che ora si sono ridotti circa alla metà. Durante una visita a Washington alla fine di ottobre Maliki ha chiesto anche l'aiuto del presidente americano Barack Obama per riportare la sicurezza nel Paese, due anni dopo il ritiro delle ultime truppe statunitensi. Mentre si avvicina il delicato momento delle prossime elezioni politiche, in programma ad aprile del 2014.

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