Open Data, le classifiche dei migliori paesi al mondo

La mappa dei paesi che mettono a disposizione più o meno dati open secondo la classifica della Open Knowledge Foundation
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Pubblicati due report sulla diffusione e l’impatto dei dati aperti. In entrambi i casi l’Italia occupa posizioni lontane dai primi della classe. Secondo gli esperti al nostro Paese “manca una vera strategia”. In testa l'Inghilterra. I GRAFICI

di Nicola Bruno

Promossi a pieni voti per le statistiche nazionali (curate dall’Istat), i bilanci di governo e le mappe nazionali. Poco più che sufficienti per la disponibilità di dati sui fattori inquinanti e le leggi dello Stato. Bocciati, invece, sul fronte degli orari dei trasporti, le spese del governo, i risultati elettorali e il registro delle imprese. E’ questo il quadro dell’Italia che emerge da Open Data Index, classifica realizzata nei giorni scorsi dall’Open Knowledge Foundation sui paesi che hanno attuato le migliori politiche di aperture dei dati della pubblica amministrazione.
Sempre nei giorni scorsi, in occasione del summit annuale Open Government Partnership che si è tenuto a Londra, è stata pubblicato un altro report - l’Open Data Barometer - che mappa la diffusione dei dati aperti nel mondo secondo parametri ancora più dettagliati. Anche in questo caso l’Italia non è nelle prime posizioni: è solo 33esima (su 77 paesi), ben lontana dalla sufficienza sia sul fronte della messa a disposizione di open data, che della loro implementazione e del loro impatto sull’economia.

Open Data Index - Con un punteggio di 515 (su 1000), il nostro paese occupa la posizione numero 15 (su 70) nell’Open Data Index, poco prima della Francia (16esima), ma anche dopo paesi come Moldavia, Bulgaria e Malta. A guidare la top ten è il Regno Unito che raggiunge un punteggio quasi completo (940 su 1000): il che vuol dire che Londra mette a disposizione quasi tutti i dati che l’Open Knowledge Foundation ha deciso di prendere in considerazione. Fanno bene anche gli Stati Uniti, i paesi scandinavi, Australia, Canada e Nuova Zelanda.



Andando a scrutare meglio la situazione italiana, si scopre che le nostre eccellenze sono le statistiche dell’Istat e il sito in cui in Ministero dell’Economia pubblica i rendiconto di bilancio. In entrambi i casi i dati sono aggiornati, gratuiti e disponibili in formati leggibili da un computer (e cioè in Excel e non in PDF la cui consultazione è più complicata).
In altri settori, invece, i formati di pubblicazione scelti non permettono un facile riutilizzo. E’ il caso dei risultati elettorali: secondo gli editor della Open Knowledge Foundation, il sito dedicato del Ministero dell’Interno non è aggiornato e non è facilmente consultabile. Bollino rosso anche per la voce sulla “spesa del governo”: come evidenziato anche da alcune testate giornalistiche le informazioni sulla spesa degli enti pubblici sono sì disponibili sul sito del Siope, ma l’accesso è aperto solo a chi è stato autorizzato (e cioè “soggetti designati dagli Enti e registrati dalle Filiali della Banca d’Italia”, attraverso una procedura non proprio semplice).



Open Data Barometer - Risultati simili arrivano anche dalla classifica pubblicata nell’Open Data Barometer 2013, ricerca curata dalla World Wide Web Foundation (webfoundation.org) e dall’Open Data Institute (entrambi fondati da Tim Berners Lee, l’ideatore del world wide web). Anche qui a guidare la classifica dei migliori paesi c’è il Regno Unito, gli Stati Uniti e Svezia. L’Italia, invece, si trova in 33esima posizione, con un punteggio generale di 45,33 su 100.



Se anche il 55% dei paesi analizzati ha messo in piedi delle politiche di apertura dei dati, troppo spesso vengono utilizzati formati poco accessibili: “Solo 1 dataset su 10 è davvero aperto e riutilizzabile per rendere più trasparente il governo, stimolare l’iniziativa privata e promuovere migliori politiche sociali”, sottolineano gli autori del rapporto.

Senza una strategia - Una situazione, questa valida anche per il nostro paese, secondo Ernesto Belisario, esperto di open data e docente di diritto amministrativo. “Entrambe le classifiche fotografano una situazione italiana in cui i dati iniziano a essere messi a disposizione, ma manca del tutto una strategia e un piano di investimenti. Fino ad ora abbiamo assistito alla pubblicazione dei dati senza nessuna regia centralizzata e, soprattutto, senza nessuna sicurezza che questi siano veramente accessibili e aggiornati”. Insomma, al di là dei tanti annunci, bisogna ora passare dalla quantità alla qualità. “Così come ha fatto il Regno Unito - aggiunge Belisario - Lì hanno investito molte risorse economiche, anche grazie al forte impegno del precedente e dell’attuale governo. E i risultati oggi si vedono”.

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