Al Shabaab, se la propaganda passa da Twitter

Un giovane afgano controlla Twitter in un internet café - Getty Images
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L’organizzazione terrorista somala usa da tempo i social media per raccontare le proprie operazioni. Come nel caso dell’ultimo attentato a Nairobi. E non è l'unica. Per questo il Congresso Usa vuole introdurre leggi più severe ma non tutti sono d'accordo

di Nicola Bruno

L’account era stato sospeso da Twitter a più riprese. Ma i portavoce delle milizie di Al-Shabaab ci hanno messo poco ad aprirne un altro per twittare in diretta l’attentato al centro commerciale di Nairobi in cui hanno perso la vita decine di persone. Da quando i militanti hanno fatto irruzione nel mall, fino alla lunga attesa dopo la presa degli ostaggi, il profilo ufficiale di Al-Shabaab ha continuato a pubblicare tweet a metà strada tra la dichiarazione ufficiale (“Non negozieremo con il governo kenyano fino a quando le loro forze invaderanno il nostro paese”) e la propaganda (“Si stanno avvicinando le 24 ore dall’inizio - le 24 ore più buie di Nairobi - che hanno messo in luce l’assoluta fragilità della nazione kenyana”). Quando poi l’account ha iniziato a diffondere la lista con i nomi e la nazionalità degli ostaggi, a Twitter non è restato altro da fare che sospendere di nuovo l’account.

Come intervenire? - Non è la prima volta che le milizie somale legate ad al Qaeda ricorrono a Twitter. Anzi, da tempo sul social network si susseguono i battibecchi tra l’account di Al-Shabaab e quelli ufficialii dei militari kenyani. E lo stesso avviene anche in altri teatri di guerra, come l’Afghanistan o il Libano, dove le parti in causa spesso usano i messaggi da 140 caratteri per dare vita a veri e propri conflitti virtuali in 140 battute. Per questo motivo da tempo negli Stati Uniti si sta discutendo su come affrontare questo fenomeno. Da una parte, diversi esponenti del Congresso chiedono di non lasciare campo libero alle organizzazioni terroristiche. Ma dall’altra Twitter è restia a intervenire sui singoli account, anche in nome della libertà di espressione garantita dal Primo Emendamento. I profili vengono eliminati solo se contengono insulti e minacce di violenza verso altri utenti. E, poi, come ha spiegato a Foreign Policy Jillian York dell’Electronic Frontiers Foundation “ogni sforzo per ripulire Twitter dagli account ufficiali, ne farà solo nascere di non-ufficiali”. Come infatti è accaduto con i profili multipli aperti da Al-Shabaab nelle ultime settimane.
Ad ogni modo, già ora i termini di servizio vietano l’utilizzo di Twitter da parte delle entità riconosciute come terroriste dagli Stati Uniti (ed è il caso, appunto, delle milizie Al-Shabaab in Somalia o di Hamas in Palestina). Ma per il sito di microblogging è difficile stabilire un nesso diretto tra un’organizzazione e i suoi bracci mediatici.

Jihad online - Da tempo i gruppi estremisti utilizzano Twitter, così come Facebook, YouTube, per diffondere i propri messaggi e fare proseliti. Un affresco di come si muovono queste organizzazioni online è arrivato di recente dalla ricerca "Tweeting for the Caliphate", secondo cui “Twitter è ora diventato l’hub principale per la distribuzione di contenuti digitali dispersi su più piattaforme”.
Come ben racconta il magazine New Statesman, solo in Pakistan ci sono diversi gruppi religiosi, spesso riconosciuti come terroristi in Occidente, che usano attivamente i social media. E’ il caso di Jamaat-ud-Dawa, organizzazione illegale in Usa e Unione Europea in quanto collegata con gli attacchi Mumbai del 2008: da anni utilizza Facebook e Twitter per distribuire dichiarazioni ufficiali, video e altri materiali. Lo stesso fa anche Tehkreek-e-Taliban, gruppo talebano attivo su Facebook (dove, però, la pagina è stata spesso rimossa). E così pure Sipah-e-Sahaba, organizzazione riconosciuta come terrorista dallo stesso Pakistan.

Pro e contro - Non solo Pakistan, comunque. Anche in Siria il gruppo Jabhat al-Nusra gestisce diversi account, alcuni dei quali con decine di migliaia di follower. E lo stesso hanno fatto i talebani in Afghanistan o Hamas in Palestina.
“Twitter può aiutare questi gruppi ad amplificare il proprio messaggio, ma li espone anche a una maggiore sorveglianza”, ha spiegato Aaron Zelin, ricercatore del Washington Institute for Near East Policy e autore della ricerca “The State of Global Jihad Online”: Un punto, questo, sottolineato anche da un esponente dell’NSA a Foreign Policy: “Twitter è una fonte cruciale per capire cosa fanno questi gruppi”. Da questo punto di vista, oscurare i loro profili potrebbe essere solo contro-producente.

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