Bengasi, autobomba fuori dall'ospedale: decine di morti

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L'esplosione è avvenuta in un parcheggio della città, nella parte orientale della Libia. Tra le vittime anche donne e bambini. Nessuna rivendicazione. Fonti del Pentagono: Usa pronti a intervenire in caso di nuove minacce contro il proprio personale

Bengasi, in Libia, è di nuovo sotto attacco. Dopo le granate contro tre stazioni di polizia, lunedì 13 un'autobomba è esplosa - uccidendo una quindicina di persone, tra cui molte donne e bambini - davanti ad un ospedale della città, teatro lo scorso 11 settembre del tragico attentato al consolato americano costato la vita all'ambasciatore Chris Stevens e ad altri tre statunitensi.

Da Washington intanto fonti del Pentagono - al centro di aspre critiche per non avere inviato in tempo una forza di intervento durante l'attacco al Consolato - hanno annunciato che gli Stati Uniti sono pronti ad intervenire in caso di nuove minacce contro il proprio personale diplomatico con forze già posizionate. Un personale militare, ha lasciato intendere George Little, portavoce del Pentagono, è già di stanza nella base della Nato di Sigonella in Sicilia.

L'esplosione all'ospedale di Al Jana ha causato almeno quindici vittime, tra cui diverse donne e bambini e una trentina di feriti. "Ho visto persone che raccattavano i corpi smembrati", ha riferito un testimone alla Bbc. La forza della deflagrazione è stata tale da distruggere un ristorante e danneggiare alcuni edifici in zona. Una folla inferocita si e' poi radunata sul luogo della strage, urlando contro i miliziani: "rialzati Bengasi!".

Al momento nessuno ha rivendicato l'azione, ma secondo alcuni analisti la novità nell'attentato odierno è legata al fatto che questa volta è stato preso di mira un obiettivo civile. Altro fatto di non poco conto è che l'attacco è avvenuto in pieno giorno, e per la prima volta in una zona densamente affollata. Di solito gli attacchi sono commessi di notte o nelle prime ore del mattino. E' un "atto terroristico", ha tuonato il ministro della Giustizia, Salah al-Marghani, affermando che le autorità "faranno tutto il possibile per arrestare i criminali", lanciando poi un appello a tutti i libici ad "unirsi contro questi atti criminali".

Bengasi, culla della rivoluzione che portò alla caduta del regime di Muammar Gheddafi nel 2011, non è nuova a bagni di sangue, che secondo fonti di intelligence occidentali, citate dalla Cnn, sarebbero orchestrati dai fondamentalisti islamici, alcuni con stretti legami con al Qaeda. L'insicurezza crescente in Libia è anche legata all'incapacità delle autorità a mettere in piedi forze di sicurezza capaci a far fronte alle provocazioni dei miliziani. Un esempio è il recente braccio di ferro intrapreso tra le due parti quando alcuni gruppi armati hanno assediato due ministeri a Tripoli, chiedendo l'epurazione dei politici e dei funzionari legati al vecchio regime.

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