Siria, tra conflitto interno e interessi internazionali

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Non solo il regime di Assad contro i ribelli, gli alawiti contro i sunniti. Sempre più potenze mondiali guardano con attenzione e preoccupazione alla guerra di Damasco. Intanto, nel Paese le esecuzioni sommarie a sfondo etnico sono all’ordine del giorno

di Renato Coen, responsabile Esteri SkyTG24

Più il tempo passa più il conflitto siriano diventa un groviglio inestricabile che non solo si complica al suo interno, ma si allarga coinvolgendo sempre più attori. Ora, per la seconda volta, il territorio siriano è stato bombardato anche da Israele che, secondo informazioni di intelligence, avrebbe colpito una fabbrica di prodotti chimici ed arsenali pronti ad essere trasportati in libano. Se solo si elencano le parti in qualche modo interessate e coinvolte nel conflitto ci si rende conto di quanto sia complesso il presente ed imprevedibile il futuro.

C’è il governo siriano di Assad impegnato a combattere le milizie dei ribelli, a reprimere ogni forma di opposizione e intento più di ogni altra cosa a mantenere l’egemonia alawita sull’intero paese. Gli Alawiti sono una corrente sciita dell’islam, una minoranza in Siria, cui appartengono gli Assad e i principali esponenti politici e militari.
Ci sono i ribelli sunniti legati al jihadismo, vicini ad Al Qaida, il gruppo principale è quello di Al-Nusra, sono i più organizzati, controllano diverse aree del paese dove ormai amministrano la giustizia, le poche infrastrutture rimaste, e sono gli unici titolati a rispondere alle esigenze e richieste della popolazione civile. Oltre a loro ci sono anche i ribelli dell’esercito libero siriano, la parte laica dei rivoluzionari, gli unici riconosciuti a livello internazionale, che dall’estero e dal mondo occidentale ricevono aiuti economici e in alcuni casi bellici. Ma in Siria ormai non si combattono solo siriani e su questa guerra pesano ormai interessi fortissimi a livello internazionale.

I primi ad essere interessati e coinvolti in quanto avviene sono i fratelli sciiti di Assad: l’Iran e gli Hezbollah. Teheran vuole tenere in piedi il regime di Damasco, dipendente politicamente, militarmente ed economicamente dalla repubblica Islamica. Per l’Iran la Siria è anche geograficamente vitale per avere un collegamento indiretto con le coste mediterranee e con il Libano dove operano gli Hezbollah, il partito di Dio. E gli Hezbollah appunto sono l’altra parte in gioco. Sono la milizia sciita che di fatto domina il sud del Libano. Si sono scontrati con Israele, l’ultima volta nella guerra del 2006. Sono considerati il braccio armato, e il satellite, dell’Iran, pronti a colpire lo Stato ebraico su ordine degli Ajatollah. Ed ora sono entrati fisicamente in Siria, con alcuni combattenti, a sostegno dell’esercito lealista. La caduta del regime filo sciita in Siria, magari sostituito con un governo vicino all’occidente o sunnita estremista, per Iran ed Hezbollah sarebbe un colpo durissimo.

Ma il dopo Assad è altrettanto preoccupante anche per i nemici storici di Iran ed Hezbollah: Israele e Stati Uniti. Lo stato Ebraico teme che le armi chimiche presenti in Siria siano trasferite al partito di Dio nel sud Libano o rimangano in mani poco rassicuranti in territorio siriano. Essere sotto il possibile tiro di simili armi non è una prospettiva allettante per Israele. In questo senso vanno letti i raid contro i convogli e i depositi di armi delle ultime ore. Gli Usa, invece sembra non sappiano precisamente cosa fare. Un intervento in Siria, con tanto di invasione via terra, sembra per ora escluso, provocherebbe migliaia di morti ed un conflitto potenzialmente devastante e lunghissimo. C’è chi pensa ad attacchi mirati solo con l’aviazione per colpire Assad, col rischio però di favorire i più forti tra i ribelli: cioè gli integralisti islamici. La Russia intanto rimane a guardare, opponendosi in sede Onu a qualsiasi intervento anti siriano, così come la Cina.

Il mondo quindi appare bloccato. Mentre il vero protagonista, la più grande parte in causa di questa vicenda, i civili siriani, vivono coinvolti in un conflitto sempre più violento, con stragi ed esecuzioni sommarie a sfondo etnico oramai all’ordine del giorno, e privi per ora di qualsiasi speranza di venirne fuori in tempi brevi.

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