Non solo Facebook: la guerra in Siria raccontata sul web

Khaled al-Khatib, direttore di Suria Al-Hurra, settimanale indipendente da poco lanciato in Siria La lettura di un quotidiano a Damasco - Getty Images
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Mentre il conflitto supera i 750 giorni, le informazioni sul paese mediorientale continuano a circolare in modo poco attendibile e dispersivo. Nascono così progetti indipendenti, che puntano a un giornalismo di qualità e alla partecipazione virale

di Nicola Bruno

Nuovi progetti editoriali all'insegna del giornalismo di qualità. Decine di siti web che ospitano video di denuncia. Aggregatori che cercano di dare un senso al fiume di informazioni disponibili online. Blogger che, a chilometri di distanza, tengono traccia delle armi utilizzate. Tutte iniziative che provano a racccontare il sanguinoso conflitto che da oltre 750 giorni si sta consumando in Siria. 

Nuove voci
- Oltre che su Facebook e Twitter (e oltre al racconto dei giornalisti che hanno passato ore critiche, come nel caso dei quattro reporter italiani bloccati e poi rilasciati da un gruppo armato il 4 aprile: l'intervista a Susan Dabbous),  questo fenomeno si è manifestato soprattutto attraverso i tanti video condivisi su YouTube. A difoonderli, i cosiddetti "Vj della protesta", ovvero gli attivisti che ogni giorno raccontano la guerra attraverso video amatoriali realizzati sul campo.
Poi, molti dissidenti hanno iniziato a raccogliere finanziamenti per dare alle stampe veri e propri quotidiani, tra cui i più noti sono Suryitna (La Nostra Siria), Oxygen, Hurriyat (Libertà) and Enab Baladi (Uva locale).
Tra le pubblicazioni dell'opposizione arrivate nelle ultime settimane vanno poi annoverate anche Al-Ahd dei Fratelli Mussulmani e quelle dei gruppi estremisti islamici che danno alle stampe pamphlet anti-occidentali.
Si tratta per lo più di stampa "rivoluzionaria" destinata alla circolazione nelle città controllate dai ribelli, e quindi più propensa alla partigianeria che all'obiettività.

Un settimanale obiettivo - Proprio per questo motivo di recente sono state lanciate nuove  iniziative che puntano invece a giornalismo più indipendente. "Non ci sono fonti di informazione obiettive né dalla parte del regime, né dei ribelli", ha spiegato al New York Times Absi Smesem, reporter di 46 anni che ha da poco lanciato Sham (Siria), un settimanale che si ispira ai principi del pluralismo, della democrazia e dell'Islam moderato. Secondo il Nytimes, Sham è il giornale più "professionale" tra i tanti arrivati di recente, tra cui c'è anche Suria Al-Hurra (Siria Libera) nato lo scorso dicembre ad Aleppo da un gruppo di giovani professionisti.
La sede di Sham è ad Antakya, nel sud della Turchia, mentre in Siria è sparsa una rete di 15 reporter. Per quanto sia dalla parte della rivoluzione, fin dall'inizio Sham ha cercato di andare oltre "la fase Facebook" che secondo Smesem contraddistingue l'informazione sul conflitto siriano, puntando invece a un'informazione di qualità, in cui viene data voce sia ai ribelli che al regime.

Syria Deeply
- E'invece  destinato per lo più a un pubblico occidentale Syria Deeply, piattaforma di aggregazione delle notizie sul conflitto siriano che tanti apprezzamenti sta ricevendo. Lanciato da Lara Setrakian, corrispondente dal Medio Oriente per ABC News e Bloomberg Television, il sito prova a tenere insieme "tecnologia e giornalismo". E cioè, da una parte, offre al lettore contenuti provenienti da fonti attendibili, siano essi giornalisti professionisti o citizen journalist (secondo Setrakian entrambi sono importanti per capire il conflitto). E, dall'altra, si presenta con un'interfaccia innovativa che punta molto sulla visualizzazione delle notizie per dare un contesto anche al lettore occasionale. Oltre a foto, video e tweet, c'è anche spazio una mappa basata su Ushahidi, una timeline interattiva, diagrammi che spiegano "chi è chi" nel conflitto siriano.



Syria Video - Sempre in un'ottica di aggregazione dei tanti contenuti disponibili online, è stato da poco lanciato Syria Video, applicazione web basata su una mappa interattiva che localizza i tanti filmati sul conflitto condivisi su YouTube. Dallo scorso gennaio ha raccolto oltre 40mila video provenienti da circa 42 città siriane. Come spiegano gli ideatori del progetto (che è sostenuto dall'University of Oklahoma), si prova in questo modo a sfruttare al meglio i social media, a partire dalla consapevolezza che nell'era dei conflitti 2.0 il problema non è "la mancanza di informazioni, ma la loro inarrestabile presenza".

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