Egitto e Libia: cosa è successo dopo la "Twitter Revolution"

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Uno studio ha analizzato 12 milioni di tweet pubblicati nei paesi del Mediterraneo dopo la caduta dei rispettivi regimi. E ha scoperto che il servizio di microblogging è ancora centrale per il dibattito politico. Ma con utilizzi diversi

di Nicola Bruno

C'è chi - come lo studioso Manuel Castells - ritiene che i social media siano stati centrali nelle rivolte della cosiddetta "Primavera Araba". E chi, invece, resta più scettico sulla loro importanza, si sarebbe trattato solo di un'esagerazione occidentale. Fatto sta che Facebook e Twitter hanno conosciuto una rapida diffusione nei paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente, dove sono stati utilizzati non solo per documentare le rivolte, ma anche per tenere vivo il dibattito politico dopo la caduta dei vecchi regimi.

Dopo la rivoluzione
- Uno studio realizzato dalle società di analisi Crimson Hexagon e Sanitas International arriva ora a spiegare meglio come Twitter è stato utilizzato dagli attivisti in Egitto e Libano quando si sono spenti i riflettori occidentali sulle cosiddette "Twitter Revolution". Il tutto a partire dall'analisi di 12 milioni di tweet raccolti nel periodo Febbraio 2011 - Giugno 2012. I primi risultati della ricerca sono stati presentati durante un panel del South by Southwest Festival, dove gli autori hanno spiegato come Twitter continui ad essere utilizzato in modo "strumentale e interpretativo". Da una parte, cioè, i cittadini ricorrono al servizio di microblogging per "allertare sulle ultime notizie, denunciare la violenza della polizia e coordinare le azioni". Ma dall'altra parte, i social media sono diventati uno dei luoghi in cui "interpretare le proprie esperienze sociali e politiche" e discutere di "quale dovrebbe essere il futuro della nazione". Insomma, non solo rivoluzione, ma anche ricostruzione.
"Si tratta di uno studio molto interessante che mostra come le discussioni online si trasformino con il cambiare della situazione sul campo - sottolinea Augusto Valeriani, docente all'Università di Bologna e autore di "Twitter Factor. Come i nuovi media cambiano la politica internazionale" - E' presumibile che tra il momento in cui le persone sono in piazza e il momento in cui 'hanno arrotolato le bandiere' siano emerse modalità discorsive differenti. Durante la mobilitazione è più importante condividere informazioni (rispetto a manifestazioni, attacchi etc.) e retwittare, mentre nel momento in cui si discute sul futuro del paese si innescano, anche su Twitter diverse modalità comunicative".

Egitto e Libia, tra passato e futuro
- Questo cambiamento di utilizzo è stato evidente soprattutto in Egitto. In un primo momento, quando i militari dello CSFA sono saliti al potere (11 Febbraio - 11 Novembre 2011), più di un tweet su due (54%) era del tipo "riflessioni sulla rivoluzione", e cioè era ancora fortemente ancorato nel passato. Tutto ciò è cambiato, però, nel periodo elettorale (11 Novembre 2011 - 6 Gennaio 2012) quando le conversazioni si sono spostate "dalla rivoluzione allo state-building", e cioè sono diventate più propositive e proiettate nel futuro (solo il 10% dei tweet riguardava la protesta pura e semplice).
Situazione del tutto diversa, invece, in Libia, paese che invece è rimasto più ancorato al passato. Nel periodo post-Gheddafi (ottobre-dicembre 2011) la maggior parte dei tweet in inglese erano focalizzati sugli scontri con i militari. Anche durante il periodo della transizione (gennaio-aprile 2012) un terzo dei messaggi riguardava la volontà di punire i sostenitori di Gheddafi, mentre solo uno su dieci discuteva del futuro della Libia in termini positivi. Insomma, rispetto agli egiziani, i libici online hanno fatto più fatica a usare i social media per discutere del proprio futuro.

Attenti a non generalizzare
- Ad ogni modo è sempre meglio essere prudenti con questo tipo di analisi, come ricorda Augusto Valeriani: "Il rischio più grande, a tutte le latitudini è quello di prendere queste discussioni e scambiarle per 'l'opinione degli egiziani, o dei tunisini'. E' un errore che è stato fatto all'indomani della caduta di Mubarak in Egitto con il primo referendum costituzionale, quando, a partire dal fatto che nelle discussioni degli egiziani su Twitter emergeva una netta predominanza del no, si è pensato che quello fosse l'orientamento del paese, quando in realtà i responsi delle urne sono stati molto diversi".

Guarda l'INFOGRAFICA che riassume i risultati della ricerca.

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