Tunisia, Ennahda al premier: “No all'esecutivo tecnico”

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Il partito della maggioranza si è detto contrario alla proposta del primo ministro Ghannouchi di scogliere il governo per tentare di riportare la calma, dopo il caos generato dall’omicidio del leader dell’opposizione Belaid. Ancora scontri nel Paese

Il giorno dopo l'uccisione dell'esponente dell'opposizione Chokri Belaid, la Tunisia è un Paese in pieno caos.  Caos per le strade, con decine di manifestazioni in tutto il Paese, assalti a edifici pubblici e una dura risposta della polizia, ed un bilancio di feriti - ma una radio ha parlato anche un ragazzo morto - ancora da definire. Caos politico, con Ennahda che ha sconfessato il 'suo' primo ministro Hamadi Jebali, che ha forzato la mano annunciando le dimissioni del governo, per sostituirlo con uno di tecnici senza averne discusso con il partito. Caos istituzionale perché l'iniziativa di Jebali poco avrebbe a che spartire con la prassi costituzionale, che prevede un passaggio parlamentare che il premier ha saltato sia pure sotto la pressione degli eventi. Caos investigativo, infine, visto che le indagini sull'omicidio, almeno ufficialmente, non hanno fatto passi in avanti.

La frattura netta in seno ad Ennahda - con Jebali da una parte e il vertice del partito con Gannouchi dall'altra - rischia di infiammare nuovamente i manifestanti che mercoledì sera, alla notizia dell'azzeramento del governo, s'erano un po' acquietata pensando di avere raggiunto almeno un obiettivo. Jebali è stato sconfessato dal suo stesso partito e attaccato anche dal presidente della Repubblica, Monce Marzouki, che nella proposta di scioglimento dell'Assemblea costituente sente odore di golpe. Ma il rischio è che la marcia indietro forzata del premier riporti la tensione alle stelle, forse già domani quando, dopo la preghiera del pomeriggio, Belaid sarà sepolto in forma solenne nel cimitero dei Martiri, a Djellaz, a Tunisi. Tutta la Tunisia d'altra parte si fermerà per uno sciopero generale che ha visto tutti d'accordo, per una volta.

L'ipotesi che alla fine la montagna - l'iniziativa di Jebali - partorisca il topolino di un rimpasto, magari rimescolando i ministeri e gli uomini, potrebbe essere un detonatore per la rabbia dei tunisini. Un sentimento che si è andato accumulando in un anno e mezzo di governo in cui Ennahda ha cercato di imprimere la sua impronta, con una navigazione a vista e decisioni spesso dilettantesche che, anziché contrastare la crisi economica, nonostante un export in robusta crescita, l'hanno acuita.

Oggi 7 febbraio le strade di Tunisi, come di tutte le altre grandi città della Tunisia, sono state un ribollire di proteste (per la morte di Belaid), di richieste (via il governo e i governatori nominati da Ennahda), di marce pacifiche, ma anche di episodi di microcriminalità che, nei disordini, trovano terreno fertile.
Sul lungomare di Monastir la polizia ha caricato i giovanissimi manifestanti con grandi Jeep e lancio di lacrimogeni. A Tunisi Avenue Bourghiba, tra lacrimogeni, sassaiole, arresti violenti e manganellate, ha rivissuto la drammatiche giornate del gennaio di due anni fa. La rabbia non anti-islamica, ma anti-Ennahda è esplosa per la prima volta alla luce del sole e i dimostranti non sembravano temere di venire messi all'indice o, magari, di ricevere la visita delle squadracce delle varie Leghe per la protezione della rivoluzione, che, negli ultimi mesi, hanno imperversato, spesso sotto l'occhio benevolo di una parte delle forze dell'ordine.

In tutto questo è arrivata anche l"'interpretazione autentica", storicamente singolare, dei salafiti su quanto sta accadendo e di cui respingono ogni responsabilità: dietro a tutto c'è la Francia, che vuole trasformare la Tunisia in una nuova Algeria.

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