Iran e Pakistan, i software per controllare i social network

Una ragazza naviga in un internet café di Tehran - Getty Images
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I due paesi provano ad andare oltre il modello del blocco indiscriminato dei siti web occidentali. E promettono maggiore ‘apertura’, in cambio di un monitoraggio ‘intelligente’ dei contenuti

Più di un sito su quattro in Iran continua ad essere bloccato. Non è accessibile la BBC, The Guardian o l'Huffington Post, così come Twitter, Facebook, Flickr e migliaia di altri servizi 2.0.  Sorprendentemente, però, si possono visualizzare, invece, i siti di colossi globali dell'informazione come CNN, Reuters, The New York Times, Al Jazeera. Altri ancora, come Gmail e YouTube sono invece disattivati a seconda degli eventi di attualità e dei voleri del governo.

Software intelligenti - Cosa succede? Succede che negli ultimi tempi le autorità iraniane sembrano intenzionate ad andare oltre il semplice blocco dei siti web per portare avanti un approccio apparentemente più morbido e aperto - ma non per questo meno pericoloso per gli attivisti e l'opposizione politica. Soprattutto in vista delle prossime elezioni che dovranno decidere chi sarà il presidente successore di Mahmud Ahmadinejad.
E così invece del blocco preventivo dei principali siti occidentali, a Tehran stanno mettendo a punto "software intelligenti per controllare meglio i social network", come ha dichiarato di recente un esponente della polizia. "Un controllo intelligente dei social network permetterà non solo di evitare i loro svantaggi, ma anche di poter beneficiare dei loro aspetti utili", ha aggiunto l'ufficiale senza specificare meglio a quali benefici si riferisse.

E la censura diventa "chirurgica" - Per far fronte ai continui blocchi e rallentamenti della rete Internet, molti iraniani ricorrono a network privati (VPN) e software di anonimizzazione. E proprio contro questi strumenti anti-filtro lo scorso maggio l'Ayatollah Ali Khamenei ha lanciato una dura fatwa. La nuova strategia di ‘apertura’ annunciata dal governo dovrebbe portare molti utenti a navigare online senza tutte queste protezioni e, quindi, a esporsi maggiormente ai controlli di stato. Il tutto anche grazie agli stessi software di controllo prodotti in Occidente e poi rivenduti a paesi come l’Iran aggirando l’embargo.
La testata statunitense The Atlantic ha definito "chirurgico" questo nuovo approccio alla censura online. E, cioè, piuttosto che vietare in maniera indiscriminata l'accesso alle risorse online, le si lascia parzialmente aperte per poi controllare meglio cosa fanno gli utenti. Il tutto in linea con quanto sottolineato l'anno scorso dallo studioso Evgeny Morozov (autore di L'ingenuità della rete) in un articolo sul Wall Street Journal ("I dittatori intelligenti non reprimono Internet"): quando Mubarak ha 'staccato' internet e la telefonia mobile ha commesso un grande errore, ha scritto il sociologo: avrebbe fatto 'meglio' a seguire l'esempio della Cina che blocca alcuni servizi occidentali, ma per lo più porta avanti un tipo di repressione continua in cui ogni attività può essere monitorata e punita.

"L'Internet nazionale" pensata dall'Iran - In questa direzione sembra andare anche l'annuncio di Tehran di una gigantesca Internet Nazionale, costruita a uso e consumo dei soli cittadini residenti in Iran. Al suo interno, potrebbe trovare il giusto spazio Mehr, il clone di YouTube promosso dal governo che permette di condividere filmati con minori difficoltà rispetto al portale di Google (ma anche di essere monitorati con altrettanta facilità).
In alternativa ci sono sempre le versioni censurate dei principali servizi occidentali. Proprio nei giorni scorsi il Pakistan ha annunciato di voler togliere il blocco a YouTube; la nuova versione che andrà online sarà dotata di un filtro dei contenuti che permetterà di decidere cosa mostrare e cosa no agli utenti.

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