We Fight Censorship, arriva il progetto anti-censura di Rsf

Home page di "We Fight Censorship", il nuovo progetto anticensura di Reporters Senza Frontiere.
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Reporters Senza Frontiere lancia un’iniziativa per dare visibilità ai documenti inaccessibili nei paesi repressivi. “Ma non chiamatelo WikiLeaks” dice il direttore, precisando che tutti i contenuti saranno sempre verificati

di Nicola Bruno

I primi due numeri di Revista De Cuba, magazine indipendente cubano il cui direttore è stato arrestato e condannato a 20 anni di carcere. Uno dei rari video che documentano la repressione delle proteste in Bielorussa all’indomani della rielezione di Alexander Lukashenko. Sono alcuni dei primi documenti pubblicati su We Fight Censorship, il nuovo progetto anti-censura lanciato il 27 novembre da Reporters Senza Frontiere. Uno spazio in cui potranno trovare visibilità tutti quei contenuti che “sono stati censurati, proibiti o che hanno portato a rappresaglie contro gli autori”. Il tutto con alcune novità rispetto ad altri siti simili nati sull’onda del successo di WikiLeaks: il progetto non è solo gestito da una rispettata organizzazione non governativa, ma è stato anche supportato dall’Unione Europea (attraverso l’European Instrument for Democracy and Human Rights) e dal Comune di Parigi.

Non chiamatelo WikiLeaks - L’idea è nata dopo che nel 2010 RSF ha creato un ‘rifugio’ nella sua sede parigina con computer e connessioni protette per permettere agli attivisti di passaggio di condividere in tutta sicurezza i materiali di cui erano in possesso. “In seguito, abbiamo deciso di lanciare uno spazio virtuale per offrire maggiore libertà”, ha spiegato Christophe Deloire, direttore generale di RSF a 20 Minutes. Come su WikiLeaks, anche qui gli attivisti possono sottomettere materiali in maniera anonima, senza così temere nessuna ripercussione. Ma a differenza del sito di Julian Assange, in questo caso ci sarà sempre un lavoro redazionale per verificare e contestualizzare i contenuti: “Non siamo un clone di WikiLeaks - ha precisato Deloire - Non abbiamo intenzione di pubblicare documenti allo stato grezzo”. E, infatti, per le prime soffiate ospitate dal sito (che riguardano anche Chad, Iran, Eritrea, Turkmenistan, lo staff di RSF offre sempre una ricostruzione e, soprattutto, prima si è assicurato che non è stata messa a rischio la vita di nessun attivista. Un aspetto, quest’ultimo, per cui WikiLeaks è stata molto criticata in passato, così come per la scelta di non effettuare nessun lavoro redazionale sui documenti.

Effetto Streisand - We Fight Censorship rappresenta un esperimento interessante anche per capire se potranno esistere alternative sicure a WikiLeaks. E soprattutto vedere se, come scrive RSF, Internet riuscirà davvero a “rendere obsoleta la censura” nei paesi repressivi. Secondo gli ultimi rapporti di RSF, infatti, di pari passo con gli spazi di libertà, il web apre anche nuove forme di controllo 2.0. E’ per questo motivo che, nel lanciare l’iniziativa, l’Ong invita tutti gli utenti a clonare e tradurre il sito. La speranza è che, anche in questo caso, possa scattare quell’Effetto Streisand, per cui più si vuole censurare un contenuto, più la rete si organizza per pubblicizzarlo. Il riferimento è al noto caso dell’attrice statunitense che, nel tentativo di bloccare la pubblicazione online di alcune foto della sua abitazione, nel 2003 intentò una causa contro un blogger chiedendo 50 milioni di dollari di risarcimento. Una richiesta che fece subito mobilitare gli utenti online, finendo con produrre ancora più visibilità sulla sua casa. Insomma, come dice RSF, “la censura non è inevitabile”. E questo vale per le ville delle star, ma soprattutto per le battaglie per la libertà di informazione combattute a Cuba o in Bielorussia.

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