Diplomazia Twitter, una questione di stile

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Capi di stato e ambasciatori sbarcano su Twitter: ciascuno con il proprio approccio. C'è chi dialoga con i cittadini e chi si affida a messaggi istituzionali. Chi si scambia cortesie con i colleghi e chi preferisce mantenere le distanze

di Raffaele Mastrolonardo

Tra gli ultimi arrivati si contano David Cameron e José Manuel Barroso. Il primo ministro inglese e il presidente della Commissione europea si sono aggregati solo quest'autunno alla folta pattuglia di leader internazionali con un account Twitter. Hanno raggiunto una batteria di personalità che conta, secondo un recente studio, oltre 260 tra presidenti e capi di governo e così tanti ambasciatori, ministri degli Esteri ed esperti di relazioni internazionali che per monitorarli c'è persino una mappa.
Ora, ad analizzare da una prospettiva originale questo universo definito e-diplomacy o anche twiplomacy, arriva il Canada International Council (CIC), organizzazione la cui missione è offrire supporto alle relazioni internazionali del Paese nordamericano. All'interno di una serie di ricerche intorno al rapporto tra social network e relazioni internazionali, il CIC ha infatti dedicato un approfondimento ai differenti stili di comunicazione con cui diplomatici e governi ricorrono al servizio di microblogging. Il risultato è un quadro assai variegato in cui convivono diversi approcci: dal più colloquiale al più istituzionale e felpato. Il che, come spiega Augusto Valeriani - autore del saggio Twitter Factor e docente di Mass media presso l'università di Bologna – è fisiologico: “Stare su Twitter per un leader internazionale è importante. Ma starci nel modo giusto e più coerente con la propria personalità e i propri obiettivi lo è ancora di più”.

Parliamo? - “Buongiorno, iniziamo ora la nostra sessione Twitter del venerdì. Siete tutti benvenuti. Grazie. #AskPmRwanda”, ha scritto il 12 ottobre scorso Pierre Damien Habumuremyi, primo ministro del Ruanda. Non avrà il numero di follower di alcuni dei suoi colleghi occidentali (si ferma a 1.700), ma certo non li trascura: ogni venerdì si espone alle loro domande e risposte. Altrettanto diretto e comunicativo è il premier ugandese Amama Mbabazi. Basta una rapida occhiata alla sua pagina per rendersi conto che la maggioranza dei suoi cinguettii è composta di repliche ad altri utenti. I due leader africani fanno parte di quella schiera di capi di governo che si esprimono in prima persona e non rifuggono dal dialogo (a differenza di Barack Obama, per esempio,  che twitta di persona assai raramente. Proprio il coinvolgimento diretto e la scioltezza della conversazione – approccio di cui Hugo Chavez è forse l'esponente con maggiore seguito (oltre 3 milioni e 690 mila follower) - rappresentano una delle principali linee di demarcazione individuate dall'analisi del CIC. Sposano questa filosofia, fra gli altri, il primo ministro libanese Najib Mikati, che organizza chat occasionali con i seguaci, e il premier malese Mohd Najib Tun Razak, che ha pure invitato il suo follower numero 500 mila ad una colazione. Il presidente estone Thomas Hendrik, dal canto suo, è così diretto che quando si tratta di difendere il suo Paese online non esita a ricorrere alle parolacce (seppur attenuate da asterischi).



Connettiamo?
- Da che mondo e mondo la diplomazia serve a creare un canale di comunicazione tra i governi. E dovrebbe essere lo stesso anche su Twitter. Ma quanto dialogano e si ascoltano a colpi di 140 caratteri i capi di stato? Dipende, dice il CIC che – citando i dati di un ricerca di Burson Marsellers – ricorda per esempio che Obama “segue” solo altri due colleghi: il primo ministro russo Dmitrij Medvedev e quello norvegese Jens Stoltenberg lasciando fuori tutti gli altri numeri uno del G20. Diversamente si comporta il presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy, il leader più collegato agli altri, visto che si segue vicendevolmente con 11 colleghi, mentre Julia Gillard), premier australiano, si ferma a 10. Decisamente più interconnessi dei loro “capi”, i ministri degli Esteri che, in alcuni casi, si lasciano pure andare a cortesie virtuali. Come il “Follow Friday” rivolto dal ministro degli esteri britannico William Hague ad alcuni suoi parigrado:



Tra i destinatari del saluto il collega francese Laurent Fabius e lo svedese Carl Bildt. Quest'ultimo, forte di 159 mila follower, è un pioniere della diplomazia digitale e, come ricorda il CIC, in passato non ha esitato a cercare di contattare online il suo omologo del Bahrein. “Bildt – spiega Valeriani – è quello che più sfrutta le potenzialità del mezzo. Usa Twitter per fare dichiarazioni politiche, per interagire con i suoi interlocutori diretti e anche con attori non tradizionali, magari della società civile”.

Organizzazione? - Ma gli stili diversi non sono solo quelli dei singoli. Anche gli approcci organizzativi caratterizzano l'e-diplomacy dei vari Paesi. La maggiore differenza – dice il CIC - è tra gli stati che lasciano che i loro rappresentanti procedano in ordine sparso e chi prova invece a dare un senso collettivo allo sforzo diplomatico online. Sotto questo punto di vista un caso di studio è Israele. L'account @Israel, gestito dal team digitale del ministero degli Esteri, mantiene una lista aggiornata di 125 missioni diplomatiche (tutte con la stessa immagine coordinata), 47 rappresentanti del governo, 33 uffici governativi. “Gli israeliani dedicano molta attenzione al tema”, prosegue Valeriani. “E da qualche tempo stanno cercando di definire procedure e regole chiare per tutti i loro rappresentanti diplomatici nel mondo. Per loro, anche per la posizione strategica delicata del Paese, è diventato cruciale”.

E l'Italia?
- Differente, almeno per ora, la strada imboccata dal nostro Paese dove un tentativo di aggregare e uniformare le varie risorse su Twitter ancora non è stato messo in pratica. Chi è presente e con assiduità, come è noto, è però il ministro degli Esteri Giulio Terzi. Che segue, tra gli altri, il presidente Usa Barack Obama, il suo omologo William Hague, il parigrado canadese John Baird, e Jose Manuel Barroso. Quanto alla sua comunicazione, c'è sicuramente sforzo e attenzione anche se non molta interazione. “Tra i ministri di questo governo è di certo il più interessato al mezzo. Lo dimostrano sia la sua presenza online che gli eventi sulla diplomazia 2.0 che organizza. Osservando il suo stile si può dire che forse usa il servizio più per comunicazioni di policy che per uno scambio”, commenta Valeriani. Comunque, al di là dell'approccio e degli strumenti impiegati una cosa è certa: quello di cui c'è bisogno è un nuovo paradigma: “Twitter o no, si tratta di ripensare l'attività diplomatica in un contesto in cui i rappresentanti di un Paese interagiscono con soggetti diversi dalla tradizione. Prima di pensare al singolo canale bisogna capire con chi si parla e come si vuole farlo”, conclude lo studioso. Su questo fronte anche nella galassia delle nostre feluche digitali qualcosa si muove. Un primo passo, per esempio, è il social media hub dell'ambasciata italiana di Washington.

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