Usa 2012, la battaglia delle parole chiave su Twitter

La pagina speciale di Twitter dedicata alle conversazioni sui dibattiti presidenziali.
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L’ultima frontiera del marketing politico per quelle che si annunciano come le elezioni più twittate di sempre? Acquistare gli “hashtag” che possono diventare trending topic. Lo ha fatto lo staff del presidente Usa nel corso dei recenti dibattiti

di Carola Frediani

Obama è tornato all’attacco. E oltre a portarsi a casa la vittoria nel secondo dibattito televisivo tra i due candidati alla Casa Bianca, sta cercando di occupare anche l’altra ribalta di questa campagna elettorale americana: Twitter e le sue parole-chiave o hashtag. Che stanno diventando ormai un termometro e un amplificatore sempre più sofisticato - per quanto difficile da interpretare - degli umori istantanei dei cittadini collegati in Rete.

La gaffe di Romney - Nel dibattito appena avvenuto, ad esempio, lo sfidante Mitt Romney è inciampato in un’espressione piuttosto grossolana, se non infelice, parlando di “raccoglitori pieni di donne” che gli venivano portati nell’apparentemente ardua impresa di trovare dei candidati femminili per posizioni di lavoro rilevanti. I termini usati, “binder” (raccoglitore, fascicolo) e “bindersfullofwomen”, hanno subito scatenato un’ondata di citazioni sarcastiche su Twitter.  “Sono piuttosto sicura che ‘raccoglitore pieno di donne’ fosse il nome originariamente dato da Mark Zuckerberg a Facebook”, ironizza una ragazza (@margotwood) in un tweet molto condiviso.
“Ci saranno ‘raccoglitori pieni di donne’ che voteranno per Obama il 6 novembre”, ha scritto invece @robbiesherwood in un tweet citatissimo, con oltre 2mila retweet. Mentre in poco tempo sbucava addirittura un blog Tumblr con immagini dedicate a questa frase.

La scelta degli hashtag - Lo staff di Obama è consapevole delle potenzialità virali di Twitter al punto da aver deciso di investire in hashtag, scommettendo per i propri tweet sponsorizzati su alcune parole chiave, e soprattutto scegliendole al volo in base all’evolversi della situazione. Un misto di azzardo e valutazioni pseudoscientifiche per sfruttare al meglio la piattaforma di cinguettii.
Subito dopo il dibattito tra i numeri due Joe Biden e Paul Ryan, ad esempio, il fronte democratico ha acquistato l’hashtag #malarkey, espressione gergale abbastanza inconsueta, usata con successo e per la meraviglia degli ascoltatori dal vicepresidente Biden, per sottolineare che il rivale stava dicendo delle “sciocchezze”. Malarkey è stata la terza parola più ricercata su Google durante il dibattito (dopo Biden e conflating, cioè combinare) ed è entrata negli argomenti di tendenza su Twitter.

Nel corso del Faccia a Faccia 10 milioni di tweet - Così, poteva capitare che chi cercasse quel vocabolo sulla piattaforma di microblogging trovasse visibile in alto, tra i tweet sponsorizzati, quelli di Biden o di Obama che parlavano di economia.
Malarkey non è l’unico termine acquistato durante il dibattito dal team del presidente: ci sono anche “Jack Kennedy”, “Afghanistan in 2014″ e “#VPDebate. Del resto, la sera del primo faccia a faccia televisivo tra Obama e Romney sono stati pubblicati 10 milioni di tweet sull’incontro: di fatto si tratta dell’evento politico americano più twittato. Nei 90 minuti della scorsa serata, invece, sono stati “solo” 7,2 milioni i tweet, e per la maggior parte (il 28%) hanno riguardato l’economia.

I rischi della campagna 2.0 - Da Google, che ha messo a punto uno strumento per cercare le notizie dedicate solo alla corsa presidenziale, a Twitter e agli strateghi del marketing politico online passando per Tumblr, tutti cercano di leggere e cavalcare le tendenze online del momento. Tuttavia c’è anche chi mette in guardia da facili analisi: gli utenti dei social media tendono a seguire profili che diffondono notizie e opinioni allineate con le proprie, notano vari commentatori. E questo porta inevitabilmente a un’impressione falsata degli umori della rete da parte dei singoli utenti, che perlopiù ricevono feedback dalla propria cerchia di contatti. È la famosa “bolla” descritta da Eli Pariser nel saggio Il filtro. Quello che Internet ci nasconde. Chi riuscirà a bucarla sarà il nuovo aruspice dei tempi digitali.

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