Twitter, YouTube & Co., dalla primavera all'autunno?

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Dopo la vicenda del video che ha innescato le proteste nel mondo musulmano e gli incidenti diplomatici virtuali dell'amministrazione Obama, c'è chi si chiede se i social media non siano diventati un ostacolo per la politica estera Usa

di Raffaele Mastrolonardo

Da buono a cattivo. Che sarebbe successo era quasi prevedibile per via di quella legge del contrappasso che tanto piace ai media. E così dopo essere stato (troppo?) osannato per il suo ruolo nelle rivolte della primavera araba, il web si trova adesso ad affrontare l'accusa opposta: avere innescato – dando pubblicità ad un video controverso - le proteste che hanno portato alla morte dell'ambasciatore americano in Libia Chris Stevens e avere causato imbarazzi alla diplomazia americana. Solo 18 mesi sono passati dall'inizio delle rivolte e il ribaltamento di ruolo di Twitter, YouTube & C., secondo alcuni, si è compiuto: il flusso libero di informazioni promosso dalla rete da fattore di democrazia è diventato un elemento di disturbo per la politica estera a stelle e strisce. Meglio quindi, è il corollario di questi ragionamenti, restringerlo. Attraverso la limitazione dell'accesso ai contenti e usando un collare più corto per diplomatici che comunicano in Rete.

Sogni e incubi. A lanciare il sasso più pesante nello stagno virtuale è stato il quotidiano online americano The Politico a cui, notoriamente, non piacciono i toni sfumati. Secondo la testata specializzata in politica Usa, il sogno di una rivoluzione democratica in Medio oriente alimentata dai nuovi media si sarebbe trasformata nel suo contrario: “Gli strumenti della primavera araba – si legge in un articolo - sono diventati le armi di un nuovo incubo arabo che si manifesta presso le missioni diplomatiche statunitensi lungo il Nord Africa e il Medio Oriente”. A sostegno della tesi il pezzo cita il ruolo di YouTube nella diffusione del video incriminato e la crescente preoccupazione di Google, proprietaria del sito, che ha bloccato l'accesso al contenuto dalla Libia e dall'Egitto. Più in generale, a leggere The Politico sembra quasi che la diffusione dei social network non vada più a braccetto con gli obiettivi della politica estera Usa, così come era stato teorizzato del segretario di Stato Hillary Clinton: “Qualunque sia la motivazione degli attacchi, - si legge nel pezzo - il libero flusso di informazione alla base della democrazia americana non è più allineato con gli interessi degli Stati Uniti all'estero. Le visioni minoritarie di un pastore della Florida (Terry Jones, famoso per organizzare pubblici roghi di copie del Corano, ndr), che un tempo sarebbero state ignorate perché non aveva nessuna piattaforma per diffonderle, adesso pesano abbastanza per contribuire alla violenza nel mondo”.

Diplomazia cinguettante. Prima di The Politico, con toni più cauti, qualche dubbio riguardo agli effetti dei nuovi media sulla politica estera Usa lo aveva sollevato
pure un blog del Wall Street Journal: “Quantomeno l'incidente sembra illustrare i rischi dell'invito rivolto ai diplomatici dal Dipartimento di Stato perché usino i social media”, aveva scritto il giornalista Danny Yadron. L'incidente in questione è quello causato dai comunicati stampa e dalle dichiarazioni via Twitter dell'ambasciata americana del Cairo nelle ore in cui montava la protesta. I primi cinguettii della sede diplomatica (successivamente cancellati) condannavano, fra le altre cose, “l'incitamento religioso” e il comunicato (anche questo poi eliminato) stigmatizzava i “ripetuti sforzi di persone fuorviate di offendere i sentimenti religiosi dei musulmani” e “l'abuso del diritto universale alla libertà di parola per colpire le credenze religiose degli altri”. Prese di posizione troppo indulgenti, secondo Mitt Romney, che per questo aveva attaccato Obama (ricevendo in cambio i rimbrotti dei media a stelle e strisce). Come ricostruito dal magazine Foreign Policy, che ha giudicato la vicenda un “disastro”, in realtà neanche all'amministrazione le esternazioni erano piaciute: né il comunicato stampa originario né le successive precisazioni sul web erano infatti state autorizzate dal dipartimento di Stato che, anzi, ne aveva sconsigliato la diffusione. Eppure – potenza dell'informazione istantanea e della conversazione - avevano raggiunto lo stesso l'opinione pubblica mondiale e l'account Twitter dell'ambasciata aveva continuato a difenderle in un'accesa discussione con gli utenti. La vicenda – conclude il Wall Street Journal – illustra i crescenti dubbi sulle giuste soluzioni da adottare nel nuovo contesto e riflette “un più ampio dibattito in corso a Washington su quanto i rappresentanti diplomatici debbano essere colloquiali su Internet quando le dichiarazioni non siano approvate in precedenza dall'ufficio stampa”. Come dire, anche la cosiddetta diplomazia 2.0 potrebbe subire dei ripensamenti.

Difese non d'ufficio. Non tutti però sono convinti che le critiche ai social media siano meritate. Almeno non in questa forma. Il primo e più deciso a esprimere parere contrario è stato Evgeny Morozov, studioso dell'impatto della rete sulla società. Da sempre caustico verso chi acriticamente considera Internet un fattore di democratizzazione, questa volta il saggista di origine bielorussa ha puntato il dito contro coloro che compiono l'equazione opposta e speculare: “Dunque, dobbiamo davvero leggere tutti questi pezzi del tipo “Twitter rende violenti gli arabi” e prenderli sul serio? Ma dai...”, ha commentato su Twitter linkando all'articolo di The Politico.



Dalle nostre parti, in un discorso più articolato, ha cercato di gettare acqua sul fuoco Augusto Valeriani, autore del saggio Twitter Factor. Senza negarne i risvolti problematici, a cominciare dalla mancanza di comunicazione con Washington, il ricercatore dell'Università di Bologna ha elencato anche gli aspetti positivi di come è stata gestita la vicenda. Per esempio, secondo lo studioso, l'ambasciata americana ha continuato a conversare, ha saputo adattare il messaggio al contesto e ha giocato di sponda con i rilievi altrui dimostrando padronanza del mezzo.



A non buttare via il bambino con l'acqua sporca ha invitato anche James K. Glassman, già responsabile della comunicazione sui social media nell'amministrazione Bush. In un articolo pubblicato su Foregin Policy e intitolato significativamente 'Keep on tweetin' ha chiesto infatti al governo americano di non scoraggiare l'uso dei social media tra i rappresentanti del governo Usa all'estero: “Sarebbe una vergogna: i funzionari americani hanno bisogno di più autonomia nell'uso dei social media non di meno”. Secondo Glassman, “cinguettare è proprio quello che i diplomatici dovrebbero fare” e quelli dell'ambasciata del Cairo hanno dimostrato di saperlo fare bene. Lo rivela, per esempio, lo scambio di battute con il quale hanno messo in luce l'ipocrisia dei Fratelli Musulmani che esprimevano solidarietà per gli attacchi alla sede nell'account Twitter in inglese tenendo un altro atteggiamento in quello in lingua araba: “Grazie. Ad ogni modo, avete dato un'occhiata al vostro account in arabo? Spero sappiate che leggiamo anche quello”, hanno risposto su Twitter.



E' questo tipo di approccio, immediato e coerente con il medium, che secondo Glassman  va incoraggiato e non limitato. Anche dopo l'incidente diplomatico della scorsa settimana ci vuole “più autorità personale e meno supervisione burocratica”. E se si commettono degli errori? Semplice, si fa come si deve fare su Twitter: “Si correggono dopo”.

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