Film anti-Islam, ancora proteste. Alta tensione in Tunisia

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Non si placa la rivolta contro gli Usa innescata dalla pellicola su Maometto ritenuta "blasfema". A Tunisi la polizia circonda una moschea ma il capo salafita, ritenuto responsabile dell'attacco all'ambasciata di Bengasi, riesce a fuggire

Un leader salafita tunisino è riuscito a fuggire da una moschea circondata da un migliaio di agenti delle forze dell'ordine tunisine che volevano arrestarlo per gli scontri della scorsa settimana all'ambasciata Usa.
Saif-Allah Benahssine, leader del ramo tunisino degli islamici radicali di Ansar al-Sharia è scappato dopo che centinaia di suoi seguaci sono usciti infuriati dalla moschea al-Fatah di Tunisi, alcuni brandendo bastoni e provocando il panico tra i passanti.
Poco prima gli agenti si erano ritirati di 200 metri rispetto alla moschea, senza fornire ragioni, secondo quanto riferito da testimoni.
Intanto, dall'Afghanistan all'Indonesia non si placano le proteste nel mondo islamico contro il film amatoriale sulla vita di Maometto prodotto negli Usa ritenuto blasfemo.

A Beirut il leader Hezbollah appare in pubblico - Il leader degli Hezbollah libanesi Hasan Nasrallah è apparso in pubblico a Beirut, in una rarissima apparizione, per parlare alla folla riunita alla manifestazione di protesta del film contro il profeta Maometto. "Il mondo ancora non ha capito il grado di offesa arrecato all'Islam e ai musulmani dale scene di questo film", ha detto il sayyid Hasan Nasrallah parlando da un palco della periferia sud di Beirut protetto da un rigido apparato di sicurezza di guardie del corpo ma senza la protezione di alcuna barriera anti-proiettili. "Se questo film sarà trasmesso nella sua forma integrale ci saranno ripercussioni pericolossissime", ha gridato Nasrallah sostenuto dalla folla di migliaia di seguaci riuniti nel piazzale di Kifaat.

Proteste in Pakistan e Afghanistan - Nel nord-ovest del Pakistan un manifestante è morto e altre due persone sono rimaste ferite in uno scontro a fuoco con la polizia. La sparatoria è avvenuta dopo che una folla di 800 persone aveva assaltato un commissariato, la casa di un magistrato e il locale circolo della stampa a Warai, nel distretto di Upper Dir della provincia di Khyber Pakhtunkhwa. Una quarantina di poliziotti sono rimasti feriti negli contri scoppiati vicino a una base Usa a Kabul, dove un migliaio di afghani stavamo manifestando contro gli Stati Uniti. Dalla folla sono stati lanciati sassi e sono stati esplosi colpi d'arma da fuoco verso gli agenti che non hanno risposto, ha riferito il capo della polizia della capitale afghana, Mohammad Ayoub Salangi, indicando in 40-50 il numero dei poliziotti feriti. Due auto della polizia e alcuni magazzini sono stati dati alle fiamme, insieme ad alcuni copertoni da cui si è sprigionato un denso fumo nero. La protesta si è svolta lungo Jalalabad Road, nella parte orientale di Kabul, dove si trova la base americana di Camp Phoenix e una base della Nato.

Manifestazioni anche in Indonesia e Yemen - Una manifestazione davanti all'ambasciata Usa di Giacarta è stata dispersa dalle forze dell'ordine indonesiane. La protesta, inizialmente pacifica, è diventata violenta quando i militanti del Fronte dei difensori dell'Islam e del Foro popolare islamico, due organizzazioni integraliste, si sono uniti ai dimostranti iniziando a lanciare oggetti e pietre contro gli agenti delle unità anti sommossa. Un'altra protesta si è svolta davanti al consolato Usa di Medan, capitale della provincia di Sumatra del nord. Centinaia di studenti sono tornati in piazza anche a Sanaa, in Yemen, per chiedere l'espulsione dell'ambasciatore statunitense e per contestare l'arrivo nel Paese di un contingente di 50 marines che dovranno proteggere le sedi diplomatiche Usa. "Fuori gli schiavi del demonio, fuori l'ambasciatore americano", hanno gridato in tanti.

Il film forse solo un pretesto - Con il passare dei giorni dall’attacco a Bengasi, in cui è stato ucciso l’ambasciatore Chris Stevens, si fa sempre più credibile l’ipotesi secondo la quale il film anti-Maometto sarebbe stato solo un pretesto. La coincidenza dell’attentato con l’anniversario dell’11 settembre aveva infatti destato subito sospetti. La stessa Al Qaeda, in un comunicato diffuso in rete, aveva spiegato che dietro l’omicidio di Stevens c’era la volontà di vendicarsi del numero due dell’organizzazione terroristica al-Libi. Ipotesi secondo gli osservatori plausibile se si crede, come ha dichiarato il presidente dell’Assemblea nazionale libica Mohamed al Megaryef, al fatto che l’attacco dell’11 settembre a Bengasi era stato pianificato da tempo e portato a termine meticolosamente. Così sul Corriere della Sera del 17 settembre Guido Olimpio sottolinea: “Con il passare dei giorni emergono altri dettagli sugli ispiratori della catena di eventi. Il video blasfemo risale all’estate ma è esploso a settembre. Era di fatto una pellicola clandestina che però è diventata nota grazie all’azione della cellula estremista copta in Usa e ai piromani che vivono in Medio Oriente. Non si è trattato di un piano (per ora non esistono le prove) però abbiamo assistito a mosse, almeno nelle ultime settimane in modo da far coincidere la rabbia con l’anniversario dell’11 settembre”. E ricorda che il primo ministro egiziano Hisham Qandil ha detto alla Bbc che alcuni degli arrestati per l’attacco alla sede diplomatica americana al Cairo sono stati “pagati”. Dietro ci sarebbe una regia occulta. Così Guido Ruotolo su Il fatto quotidiano, in un articolo del 14 settembre dal titolo Rivolta islamica: dal Sudan all’Egitto ecco a chi fa comodo il film anti Maometto, scrive a proposito dell’attentato a Bengasi: “Forse non c’entra Al Qaeda, come ha detto il nuovo primo ministro libico Mustafa Abu Shagur, ma di certo l’attacco ha a che fare con la galassia delle milizie, brigate e gruppi armati che in Libia si contendono il potere”.

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