Siria, colpo al regime: morti ministro e il cognato di Assad

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Un kamikaze si è fatto esplodere nel palazzo della sicurezza a Damasco mentre era in corso una riunione tra diversi funzionari. Intanto nella capitale siriana si combatte per il quarto giorno di seguito. Slitta il voto Onu

Un vero colpo al cuore del regime, dagli effetti pratici e psicologici potenzialmente devastanti. In senso figurato perché ha eliminato tre degli strateghi della contro-insurrezione, in senso fisico perché portato alla sede della direzione della sicurezza nazionale, uno degli edifici più sorvegliati in un quartiere già superprotetto di Damasco. Il tutto mentre slitta a giovedì 19, su richiesta dell'inviato speciale Kofi Annan, il voto Onu con la minaccia di un veto di Mosca.

Assef Shawkat, ex capo dell'Intelligence militare e cognato del presidente Bashar al Assad, il ministro della Difesa Daud Rajha - il cristiano più in vista del regime - e il generale Hassan Turkmani, capo della 'cellula di crisi' incaricata di stroncare la rivolta, sono rimasti uccisi in un attentato dinamitardo dai contorni ancora misteriosi, che il ministro dell'Informazione, Omran al Zubi, ha definito "l'ultimo capitolo della cospirazine americana-occidentale-israeliana contro la Siria". Tra i feriti, in gravi condizioni, vi è il ministro dell'Interno, Mohammad al Shaar.

Che ad azionare l'esplosivo sia stato una guardia del corpo trasformatosi in kamikaze, come scrive l'agenzia Reuters citando "fonti della sicurezza", o che una bomba a orologeria sia esplosa dopo essere stata piazzata da qualcuno nella sala prima dell'inizio della riunione, come hanno affermato ufficiali ai primi giornalisti arrivati sul posto, resta il fatto che difficilmente l'attacco sarebbe potuto avvenire senza una preparazione accurata e la collaborazione di qualcuno all'interno dell'apparato di sicurezza, in un quartiere come quello di Abu Rummaneh, non lontano dalle ambasciate italiana e americana. Per Abdulbaset Sieda, presidente del Consiglio nazionale siriano (Cns), l'attacco rappresenta un "punto di svolta" nella crisi e la fine del conflitto è ormai una questione di "settimane o mesi".

Due le organizzazioni che hanno rivendicato l'attentato: l'Esercito libero siriano (Els), che ha inviato un comunicato all'agenzia Afp, e un gruppo chiamato Liwa al Islam di cui ha parlato la televisione panaraba Al Jazira. Questa sera, però, in molti quartieri di Damasco a tenere svegli gli abitanti non sarà l'interrogativo su chi sia il vero responsabile, bensì la paura per una controffensiva su larga scala lanciata dalle forze governative, accompagnate da miliziani filo-regime, che ha visto anche l'impiego di elicotteri nei bombardamenti contro i ribelli, dopo quattro giorni di scontri all'interno della capitale. A guidare le operazioni è il nuovo ministro della Difesa, Jassem al Freij, nominato a tempo di record, mentre in un comunicato le forze armate hanno promesso di "tagliare le mani di chi mette in pericolo la Siria".

Non meno di nove persone, secondo l'Osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus), sono state già uccise durante la giornata nella capitale, con gli scontri che si sono riaccesi dopo l'attentato in particolare nei quartieri di al Midan, Qadam, Kafar Suseh e Tadamon, vicino alla strada che porta all'aeroporto internazionale. Bombardamenti sono stati effettuati anche su vari sobborghi di Damasco, come Zamalka, Madaya, Maliha e Zabadani, secondo i Comitati locali di coordinamento dell'opposizione, che parlano di un bilancio di 77 morti in tutto il Paese. Ma tutto lascia prevedere che il bilancio si aggraverà durante la notte, con sparatorie che ancora si odono dopo il tramonto e manifestazioni di giubilo per di cui si ha notizia in alcuni sobborghi.

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